C’erano una volta le processioni, ma sacro e turismo non vanno a braccetto

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Il Covid ha sancito la fine delle processioni. Forse è meglio così: di sacro, ormai, c’era rimasto davvero troppo poco. Meglio pensare ad altre coreografie per intrattenere gli auspicati turisti, quelli che ancora cercano l’oasi illusoria dello Strapaese rurale che ha perduto la sua innocenza (casomai l’avesse mai avuta) ben prima che arrivassero, quale unico e solo trastullo e insieme possibilità di reddito, i centri scommesse.

La radice del sacro è nella separazione. Il tempo ordinario, scandito dalle faccende a cui attendere con fatica, e quello di vacanza, per esempio i mille rituali ancestrali che hanno anticipato il carnevale cristiano. Il rito è qualcosa che esula dalla quotidianità, dalla normalità, dalla ripetibilità. Altrimenti è spettacolo, replica teatrale. Dignitosissimo, ma un’altra cosa.

Il dibattito politico, negli ultimi anni, ha trovato un accomodamento. Progressisti e conservatori si sono trovati uniti nella lettura contemporanea da dare alla sfera religiosa e alla sua esteriorità: roba da turisti, a frotte. Nei loro sogni, li avrebbe indotti a giungere anche nel più sperduto, spelacchiato e pulcioso villaggio dell’ultima ridotta italiana. Gli intellettuali ci hanno messo il carico: la tentazione egolatra faustian-proustiana di svelare, attraverso se stessi e le cronache delle vacanze della loro infanzia, la memoria di una nazione che non c’è (più).

Purtroppo quel sogno strapaesano non s’è compiuto. Almeno, non s’è avverato ovunque era stato agitato come risolutivo dei mille problemi che vivono le aree interne, alle prese con linee di comunicazione quasi inesistenti e gravissimi problemi economici dovuti tanto all’assenza di industrie, quanto ai drammi dell’agricoltura, praticamente spazzata via dalla concorrenza quando non s’è saputa reinventare.

Il risultato è che le aree interne si sono spopolate e che quella promessa è rimasta frustrata. Ma, tornando al lato “spirituale” della vicenda, è accaduto anche che s’è compiuta la profezia facile di Alfredo Cattabiani: svuotato da ogni senso religioso (al di là del cristianesimo…), il rito da sacro è divenuto profano. E ancora: se aveva ragione Ezra Pound quando cantava che il tempio è sacro perché non è in vendita, organizzare e svolgere riti religiosi sperando di movimentare l’economia di piccoli borghi dell’entroterra è sancirne l’uscita dalla dimensione religiosa. Quindi, il rito svuotato di senso diventa una parodia di se stesso, utile semmai a rievocare, col profumo del torrone e gli altoparlanti a palla delle giostre, i ricordi dell’adolescenza. Tutto legittimo. Ma il senso del sacro, quello che tiene unite nei secoli generazioni di uomini e consente legittimamente di riconoscersi figli di un passato comune, non è questo.

La perdita delle processioni è una conseguenza naturale della sconfitta del modello culturale contadino. Non credete alle sirene e ai restauratori: la contemporaneità e quel mondo sono irriducibili l’uno all’altro, tanto diverse quanto le concezioni stesse del Cristo, dall’hippy “socialista” della prima al Cristo Re della tradizione.

L’uomo del terzo millennio deve essere ottimista, attendere messianicamente il compimento delle magnifiche sorti e progressive, praticare l’iconoclastia assolutizzando i suoi idoli, osservare il determinismo come legge universale e ineludibile, ostentare cinismo da cineforum ma credere fermamente nella Speranza di realizzare una Gerusalemme celeste in terra. Non c’è alcuna compatibilità possibile con la weltanschauung rurale: essenzialmente tragica, iconodula sì, ma davvero disincantata (avete mai letto i Fabliaux?), convinta di una sola cosa: chi di Speranza vive, disperato muore.

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