Con i Futuristi l’estetica in politica (purtroppo per poco)

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“Vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore degli anarchici, le belle idee che uccidono e il disprezzo della donna. Vogliamo demolire i musei, le biblioteche, combattere il moralismo, il femminismo e tutte le vigliaccherie opportuniste e utilitarie”. Cosi il Manifesto originale, apparso in francese, su Le Figaro del febbraio 1909.

Chi oggi si sentirebbe di rivendicare queste parole e soprattutto il loro contenuto? Da notare poi il passaggio sulle idee assassine, “qui tuent” che invece Marinetti addolcisce, diciamo cosi, nelle versioni italiane, con “idee per cui si muore”, che non è esattamente la stessa cosa. Le idee “che uccidono” ci fa a pensare alla celebre opera dello storico Robert Conquest, Il secolo delle idee assassine (ma nella versione italiana), sul Novecento dei totalitarismi, che sembrano aver applicato le parole del Manifesto, per non parlare poi di romanzi come Mafarka il futurista e i poemi sulla guerra di Libia.

A prima vista quindi il discorso sulla politica futurista si potrebbe chiudere qui: una sorta di proto fascismo, persino più violento del suo erede. Del resto non diventò negli anni Trenta Marinetti Accademico d’Italia e non morì nel 1944 esaltando la Repubblica Sociale? E i tentativi politici dei futuristi non si sono rivelati un fallimento? Questo il discorso classico del mainstream storiografico. Che, come su altri temi, non coglie l’essenziale. Tra futurismo e fascismo i rapporti furono infatti complessi e altalenanti: e del resto, gli studiosi non si sono ancora accordati su cosa fosse il fascismo, quindi …

Quanto alle parole, esse vanno interpretate nel contesto dell’epoca e come gesto di provocazione. Bisogna comprendere che per i futuristi non era possibile separare estetica e politica. L’opera d’arte possedeva un immediato significato politico. E a sua volta il gesto e l’azione politica erano assimilabili ad opere d’arte. Quello che lo storico George Mosse avrebbe chiamato anni dopo estetica della politica fu per la prima volta teorizzata e messa in pratica dai futuristi. Ovviamente bisogna intendersi sul significato di politica. Se con questo si vuole dire amministrazione, come era intesa essenzialmente nell’Italia giolittiana, i futuristi possono essere definiti anti politici.

Nel Manifesto Contro l’amore e il parlamentarismo, non a caso associati, pubblicato nel giugno 1910, Marinetti invitava a “disprezzare” i “mestieranti della politica” e, provocatoriamente, chiedeva il voto alle donne perché cosi avrebbero “ucciso definitivamente ” il parlamento. Da qui quindi le parole di ostilità, nel Manifesto del Programma politico futurista, firmato da Marinetti, Boccioni, Carrà e Russolo e pubblicato l’11 ottobre 1913, contro i clerico-moderati-liberali, e contro i repubblicani socialisti, contro la destra e contro la sinistra di allora.

Se insomma si intende la politica come professione e come organizzazione, Marinetti e i suoi la consideravano propria a un vecchio mondo da abbattere. Se invece politica significava, come volevano gli ismi del periodo, socialismo, comunismo e fascismo (in ordine di apparizione storica), un progetto palingenetico di rifacimento del mondo e dell’uomo, allora i futuristi furono politici al massimo grado. E politiche in questo senso erano le serate futuriste, che finivano regolarmente a scazzottate, oppure le azioni di disturbo nei teatri: la rissa, il “pugno”, esaltati da Marinetti, non erano solo una provocazione. Anche qui si potrebbe pensare a una anticipazione della violenza politica fascista, già nell’Italia precedente alla prima guerra mondiale. E non del tutto a torto, perché poi, da lì a qualche anno, nell’aprile 1919, i futuristi parteciparono a Milano alla distruzione della sede nazionale dell’Avanti!, il quotidiano socialista, assieme al movimento fascista alla cui fondazione, poche settimane prima, aveva partecipato pure Marinetti.

Ma bisogna ricordare che, già prima della Grande guerra, la violenza politica era diffusa tanto a destra, dove si possono collocare i futuristi, quanto a sinistra: i primi a utilizzare la violenza politica furono del resto i rossi, soprattutto anarchici e probabilmente l’idea marinettiana del “cazzotto” politico veniva da lì – del resto l’anarchismo era esplicitamente citato nel manifesto fondativo.

Poi venne la Grande Guerra, che i futuristi avevano cantato e a cui parteciparono con entusiasmo. E che tuttavia trasformò anche la loro missione politica. Non solo perché essa portò Marinetti a fondare, nel 1919, il Partito politico futurista, benché con scarsissimo successo. Con la guerra il futurismo come proposta politica era diventata più positiva: dopo la distruzione, la ricostruzione. E nel programma del Partito, cosi come nell’opuscolo di Marinetti, Al di là del comunismo, è netta la svolta socialista, con la richiesta di “socializzazione delle terre, energica tassazione dei beni ereditarî e limitazione di gradi successorî. Sistema tributario fondato sulla imposta diretta e progressiva. Libertà di sciopero, di riunione, di organizzazione, di stampa. Trasformazione ed epurazione della Polizia. Abolizione della Polizia politica. Abolizione dell’intervento dell’esercito per ristabilire l’ordine. Giustizia gratuita e giudice elettivo. I minimi salari elevati in rapporto alle necessità della esistenza. Massimo legale di 8 ore di lavoro. Parificazione ad eguale lavoro delle mercedi femminili con le mercedi maschili. Leggi eque nel contratto di lavoro individuale e collettivo. Trasformazione delle Beneficenza in assistenza e previdenza sociale. Pensioni operaie”.

Un socialismo si, ma nazionale, anzi un “nazionalismo rivoluzionario per la libertà” , che fa pensare al programma fiumano di qualche mese successivo. La guerra aveva spazzato via la politica come amministrazione e come professione. Per questo il Manifesto chiedeva, di nuovo, l’abolizione del Parlamento e, al suo posto, un “governo Tecnico senza parlamento, composto da 20 tecnici eletti a suffragio universale” . Una esaltazione della tecnica che troviamo anche nel primo fascismo. E che può sorprendere. Ma non più di tanto. Per Marinetti la vera politica era l’arte, mentre della gestione potevano ben occuparsi i tecnici. Estetocrazia e non tecnocrazia. E non è detto che non sia un programma attuale.

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