Conte è un prodotto del cattomarxismo

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Bene ebbe a dire Massimo D’Azeglio, uno dei più misconosciuti protagonisti del nostro Risorgimento, elitario ma non disprezzabile, che ‘fatta l’Italia, ancora occorreva fare gli Italiani’. Questa dimensione irrisolta della condizione della Nazione italiana emerge potentemente nell’opera di un altro eroe dimenticato del pensiero: Alfredo Oriani. Nella sua ‘Rivolta Ideale’ questo gigante della politologia, ma anche dell’antropologia dell’italiano, spiega come una secolare sudditanza nei confronti di principi stranieri, di debolezze autoctone, di fragilità nei rapporti con il superpotere vaticano abbiano fatto di essa un nano, laddove avrebbe potuto trattarsi di un gigante.

Su questa fragilità, in cui vent’anni di fascismo con le sue luci (molte) e le sue ombre (alcune) ci hanno lasciato settant’anni di antifascismo con le sue retoriche e le sue banalità irrisolte e tante false coscienze, si è innestata la doppia crisi di due ideologie con le quali la Nazione si è andata progressivamente avvelenando nei due secoli di storia. Infatti, il marxismo senza classe operaia e la rivoluzione senza socialismo sono diventati una malattia cronica del post-sessantottismo e del politicamente corretto.

Inoltre, un cristianesimo senza Parusia e senza Cristo ci ha donato quell’ircocervo, quel mostro ibrido del cattocomunismo, dietro cui si annidano e si nascondono tutte le vulnerabilità del non riuscire ad essere adeguatamente Nazione.

Bene fece Oriana Fallaci, altra profetessa e Cassandra delle malattie nazionali, ad annunciare che l’afroislamizzazione -decretata dalle classi dirigenti di una globalizzazione senz’anima e senza speranza – avrebbe trasformato questa meravigliosa Penisola, gettata a ponte tra l’Europa e l’Africa, in un gigantesco campo profughi e in una pizzeria a basso costo per tedeschi arricchiti.

È in questo quadro che la vicenda del Coronavirus ha fatto scuotere dalle radici debolezze preesistenti.

Infatti, questi Italiani spaventati e fragili, un po’ infingardi come sempre, in quanto speranzosi di trovare da sé la risposta ai propri bisogni piuttosto che nella condivisione di una comunità nazionale, si sono rinchiusi nella dimensione di un privato senz’anima in cui la claustrofilia, il contrario della claustrofobia, ha portato i più a ritenere che non fosse un male ritirarsi in una specie di ‘Cocoon’, da cui hanno pensato di non uscire mai più.

L’idea dell’isolamento sociale, dello smartworking, dello stare inebetiti con un pigiamone in casa, magari con un reddito piccolo e sicuro, li ha proiettati nella dimensione di un nursing malato simile a un ospizio, un asilo o un manicomio, disponibile dalla culla alla tomba.

Questo welfare un po’ socialista alla svedese, ma con tratti alle vongole, ha fatto pensare che tutto sommato starsene in casa con un reddito di cittadinanza avrebbe potuto garantirci dalla minaccia del Coronavirus (che si è rivelato un bluff dal punto di vista virologico), ma ci avrebbe anche protetti da tutte quelle asprezze della vita e della storia con le quali questa Nazione fragile non ha mai saputo confrontarsi fino in fondo.

Un classico esempio di quella sindrome di Stoccolma che salda in una complicità perversa carceriere e carcerato, tante volte vista nei momenti peggiori della storia nazionale. Pensare di chiamare sempre un podestà straniero, credere che arriverà qualcuno a liberarci, illudersi che un Vaticano invadente e onnipotente, ormai ridotto a potenza gesuitica insieme ad altre massonerie internazionali, sia il meglio per noi, è qualcosa che ha ridotto il nostro Paese a non riuscire neanche a competere ai livelli nei quali la sua storia, la sua conoscenza, la sua tecnologia avrebbero potuto candidarlo.

Infatti, una penisola con la più grande varietà di caratteri storico biografici ed ambientali, una densità del 70% del patrimonio storico-artistico del mondo e una capacità razionale di saper interpretare, anche con improvvisazione genialità e creatività le sfide della storia, è stata invece assalita da una neghittosità depressiva e rinunciataria. Spesso mascherata con quella faccia un po’ pulcinellesca che quell’avvocato foggiano con pochette, accompagnato da un protagonista infiocchettato del primo Grande Fratello, sembra aver interpretato perfettamente.

Questo Conte non nasce sotto un fungo: è espressione di quel collegio Villa Betania in cui i cattomarxisti del post-concilio (Casaroli, Silvestini o Arrupe) preparavano una classe dirigente di cristiani senza speranza destinati a contaminarsi con il peggio dei vizi nazionali e internazionali. La tendenza al facile compromesso, l’abbruttimento culturale e soprattutto l’incapacità di interpretare il destino nazionale nel presente e nel futuro è il carattere di quest’Italia, che fece favorire lo sbarco degli Americani in Sicilia dalle mafie newyorkesi, e che per lungo tempo ha pensato di consegnare alle mafie la custodia e l’intelligence dei propri rapporti internazionali.

E ha visto in eroi come Falcone e Borsellino una sfida che oggi appare difficilmente confortabile da una speranza ragionevole.

Ma se vogliamo ipotizzare, con l’ottimismo della ragione e il pessimismo della volontà, che cosa attende l’Italia per il futuro, credo che se riusciremo a sottrarci alla sudditanza di una moneta senza sovranità, di un’Europa franco-tedesca che ci consegna al destino di colonia, riprendendo a giocare in grande con l’America di Trump e la Russia di Putin – che sono forse gli unici due leader planetari in grado di contrastare il mondo dei Soros, dei Rothschild, dei Rockefeller e dei loro finanziatori-produttori cinesi – forse allora una speranza per la terra dei Cesari, dei San Francesco, dei Michelangelo, dei Marconi, dei D’Annunzio c’è ancora.

Sta anche a noi trovare la forza di interpretare questa dimensione in cui il nostro suicidio come Nazione non assomiglia a quello di Akira Kurosawa e del suo harakiri, ma semmai a una sorta di lenta leucemia suicidaria in cui inebetiti da un veleno che ci induce un’ipocondria senza speranza, finiamo a sederci nel politicamente corretto dei luoghi comuni, dell’appiattimento culturale e della stupidità, in una sorta di talkshow permanente che non ha neanche più un pubblico.

Ormai rimaniamo ipnotizzati davanti ai social che nella loro dimensione solipsistica ci isolano.

In questo isolamento non ci sarà più neanche l’amore, la nascita e l’incontro. La nostra crisi demografica diventerà non solo morte dei nostri cervelli e delle nostre anime, di cui si vedono già i segni, ma anche morte di un popolo per assenza di future generazioni. E allora davvero quei barconi diventeranno nei sogni di qualche corpulenta ministra accasata in Marocco, il prologo di una sostituzione etnica in cui della nostra Nazione italiana si sarà persa anche la memoria. È accaduto forse ad altri popoli italici, ai Volsci, ai Falischi e agli Etruschi ma almeno di loro ci è rimasta qualche ceramica e qualche tomba monumentale. Di noi rimarrebbe soltanto qualche pezzo di plastica bruciacchiato, tra mille flatulenze retoriche verbali.

E di quest’Italia già pretaiola e comunista, almeno però nello stile dignitoso di Camillo e Peppone, oggi invece ridotta agli ‘sciabadabadà’ di Elena Boschi, alle caricature renziane, alla demenzialità di Zingaretti e alle mortadelle di Prodi e della borghesia “compradora” che hanno svenduto il residuo patrimonio nazionale, che cosa avrebbe detto il mio intemerato maestro Francesco Cossiga?

Sarà stato a lungo il custode surreale e severo di quell’Italia uscita sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale e che il 3 settembre a Cassibile, sobborgo di Siracusa, aveva rinunciato alla sovranità e all’autonomia nazionale. Erano presenti a quel tavolo i rappresentanti degli Stati Uniti, dell’Inghilterra con i suoi servizi MI5 e MI6, della massoneria, del Vaticano, della Corona e della Mafia nordamericana.

Lì l’Italia venne svenduta per un tempo che arriva fino ad oggi. Ne venne fuori un paese sconfitto senza sovranità, come la Germania o come il Giappone che hanno saputo almeno confessarlo a se stessi, ma che condito di retorica post-resistenziale si è illuso di essere potenza vincitrice e autonoma come la Francia di De Gaulle. Non è stato così.

Come spesso accade col carattere denigratorio e vittimistico, moralistico e immorale, degli Italiani, forse l’unico statista di questo dopoguerra, innamorato della sovranità italiana, Bettino Craxi, venne coperto soltanto da un lancio di monetine, fomentato da qualche giornalista embedded, ben finanziato da chi compra e vende l’informazione.

E proprio Francesco Cossiga seppe con una delle sue salaci battute riassumere questa sintesi che ha fatto del potere giudiziario l’unico sopravvissuto tra quelli di Montesquieu, al fianco di tre nuovi poteri emergenti: finanziario, tecnologico-scientifico e quello comunicativo.

Poteri fortissimi al di fuori di ogni determinazione statuale e democratica. Nel personaggio caricaturale di questa oligarchia, il magistrato Palamara, seppe descrivere che ‘o era spiritoso o non sapeva niente di diritto’, ma forse semplicemente aveva una faccia da tonno, una faccia che oggi rivediamo come una caricatura del tempo presente, ma col sapore di un tonno avariato.

Chissà come avrebbe commentato, Cossiga, questa distribuzione della comunione con i guanti di gomma per lavare i piatti nel rito neo-cattolico della triste e agonizzante Chiesa bergogliana. Ma di questo preferisco non parlare per carità cristiana più che per carità di patria

9 Commenti

  1. Sintetica acribìa. Non è un ossimoro, ma il calzante tratteggio della mirabile capacità mostrata da Meluzzi nel condensare in un solo articolo l’epitome delle sventure che ammorbano il Paese in bilico tra una scatola ed una faccia di tonno sotto la ferale egida rossogialla.

  2. Sono un vecchio ottantasettenne ormai senza futuro, considero questa sintesi del Prof. Meluzzi un quadro perfetto di un domani sconfortante. Grazie per la Sua chiarezza Prof. Meluzzi !!!

  3. Merluzzi…il solito invitato al palcoscenico Mediaset-berlusconiano..e tanto florido discorso, tanto vuoto. Unique parole con senso vero: “eroi Falcone e Borselino.” L’Italia che criticate non la ha creata il Movimento 5S,ni Conte..semmai persone come Conte e il Movimento sono una reazione di supervivenza contro una casta che a voi a quanto sembra fa comodo.

  4. Articolo straordinario in tempi di belinismo imperante. Ho 82 anni e sono pienamente concorde con quanto scritto da Giuseppe Sardena.

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