Covid 19, prendiamo la pandemia come un monito per la nostra Rinascenza

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Foto di Sumanley xulx da Pixabay

Nel 1348 la peste invase l’Europa. Dall’Asia centrale, attraverso Mongolia e Cina prima e Siria e Turchia poi, giunse in Grecia, e da qui si espanse in tutto il Vecchio Continente. La peste era qualcosa di invisibile e letale, come uno spettro che si aggirava per l’Europa, che atterriva i popoli e i governi europei, svuotava le strade, ammassava i cadaveri, spingeva le moltitudini di fedeli a chiedere pietà a Dio mediante lunghe e frequenti processioni, affinché il Padre Eterno facesse cessare tale piaga. Però la generazione che fu colpita dalla peste non venne completamente distrutta, ma seppe generare bellezza anche dalle macerie. Il mondo non ricavò solo dolore e morte da quell’esperienza. Ricavò anche svariate forme d’arte.

Le più grandi espressioni artistiche hanno infatti quasi sempre origine da situazioni di estremo disagio e ricche di malinconia (ne è un esempio la caduta di Varsavia, brano composto nel 1831 da Chopin in occasione di un triste momento per il popolo polacco, il fallimento della rivolta contro l’oppressivo dominio russo). Emblemi dell’esternazione dell’ispirazione artistica che la peste aveva portato sono i celeberrimi affreschi palermitani ora ospitati nella galleria regionale di Palazzo Abatellis recanti favolose, seppur macabre, immagini della morte trionfante; oppure la ben nota opera boccacciana il Decameron, caposaldo immortale della letteratura italiana. Espressioni d’arte di grandissimo livello difficilmente replicabili nella società di oggi, nella quale la cultura e la bellezza artistica sono state dimenticate e di immortale ai posteri si lascia ben poco.

La realtà vissuta dai nostri avi medievali per certi versi era molto simile alla nostra (pur con profonde differenze relative al numero delle vittime – la peste nera uccise un terzo della popolazione europea- e alle conoscenza medico-scientifiche). Il timore di uscire dalla propria abitazione, il dover combattere un nemico invisibile e mortifero, la chiusura dei confini, rappresentati allora dalle mura delle città, sono tutte cifre caratteristiche di quel periodo tanto quanto di quello che viviamo noi oggi, e sono analoghe a quelle che delinearono la peste milanese del 1630 raccontata dal Manzoni e quella torinese del 1598, quando un morbo proveniente dalla Francia mise a dura prova il capoluogo sabaudo; in quest’ultimo caso, la città patria del barocco italiano si dimostrò risoluta nello stroncare con ogni metodo il contagio, in particolar modo facendo la guerra agli spostamenti (specie quelli notturni) tra città e tra le abitazioni della stessa città, mediante l’organizzazione di ronde cittadine (che nulla hanno a che fare con gli assistenti civici su cui ragionava il governo poc’anzi). Torino era allora retta da Francesco Lodi, simile per carisma al sindaco del capoluogo piemontese che ebbe a che fare con la peste del 1630, Gian Francesco Bellezia (a cui oggi ancora è dedicata una via nel centro), che non smise di servire la città nonostante egli stesso fosse colpito dalla peste; esempi di illustri primi cittadini che molto diversi erano per spirito d’iniziativa e tenacia dagli amministratori contemporanei e che fornivano ai cittadini soluzioni e certezze, non biciclette e monopattini.

Ma tra le pesti della storia e la contemporaneità, vi è una grande differenza circa le reazioni conseguenti alla pandemia. Nel Trecento la spiegazione della pestilenza era chiara: Dio aveva voluto punire il mondo corrotto, e una volta compiuto il suo volere, mosso dalle preghiere dei supplici, aveva tolto il velo di morte da sopra l’umanità. E da qui si erano sviluppate le arti figurative.

In altre occasioni (come dopo il terremoto di Lisbona del 1755) nacquero invece svariate considerazioni filosofiche (dalla critica all’ottimismo metafisico di Voltaire fino alla spiegazione di Rousseau per cui era la società a essere colpevole della catastrofe).

La pandemia di Covid-19, invece, ha dato origine a varie riflessioni, questa volta non filosofiche, ma politiche. Un genere di considerazioni che già serpeggiava nel XII capitolo dei Promessi Sposi, laddove il Manzoni si abbandona a una digressione critica sulle proposte inadeguate attuate dal governo spagnolo in Lombardia, come ad esempio la calmierazione del prezzo del pane, non diversa dall’iniziativa dei giorni nostri di imporre un prezzo massimo alla vendita delle mascherine. Tali riflessioni portano a criticare l’intero sistema che regola oggi il mondo, quello basato sulla globalizzazione, e quelli che sono i suoi effetti: un’economia governata dalle leggi del mercato internazionale e dell’alta finanza, lontana dall’economia reale, la presenza di strutture sovranazionali che dopo aver tolto sovranità alle nazioni non sanno risolvere i problemi, il verificarsi di spostamenti (oggigiorno di massa) di popoli, con la sola conseguenza che questi amplifichino nella società di oggi il sentimento di apolidia, di mancanza di radici, di privazione di identità (quella apolidia che già Leopardi criticava nella frase “quando tutto il mondo fu cittadino romano, Roma non ebbe più cittadini […] e i cittadini romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo dimostrarono col fatto”). La globalizzazione ha fatto sì che il virus si espandesse molto più rapidamente e facilmente (se nel medioevo bastava chiudere le porte delle città, oggi isolare una nazione è molto più difficile) e ci ha consegnato una devastante crisi economica (dal momento che il sistema basato sul mercato internazionale, con le nazioni chiuse dinnanzi al virus come tante porte di fronte a un allagamento, è crollato, dimostrandosi meno adeguato di quello che ci si aspettava).

E così oggi, oltre alle vittime a lungo piante, ci troviamo un tessuto produttivo nazionale in ginocchio, un settore turistico fermo, un’economia stagnante e in pessime condizioni. Dobbiamo pertanto considerarci combattuti e vinti da questo “chiuso morbo”? No, perché la capacità di reinventarsi e rialzarsi dell’Italia è superiore a qualsiasi disfatta o rassegnazione, il coraggio è superiore al timore. Come ogni generazione ha dato il via alla rinascita artistica o filosofica dopo una catastrofe, così oggi la società moderna è chiamata a rinascere e sviluppare un nuovo sistema economico-sociale, che metta al centro l’individuo e i suoi valori.

E per far ciò dobbiamo iniziare a curare il nostro orto in una nuova ottica, a rimboccarci le maniche per togliere il velo di sofferenza che ha coperto la nostra Nazione, così che risplenda di nuovo il sole sulla nostra Italia.

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