Covid e lavoro all’estero: tasse una sola volta e a un solo Stato

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AUTORI: Francesco Fabbiani, David Paparoni

Il problema emergenziale connesso al coronavirus, come è noto, ha manifestato riflessi di varia natura: dalla rivisitazione delle regole di vita alla chiusura totale e poi riapertura parziale delle attività commerciali, dall’ accesso contingentato, o sovente precluso, agli uffici pubblici e privati alle limitazioni delle libertà di spostamento. Proprio le limitazioni alla circolazione delle persone hanno interferito con le regole – fondate sulle norme interne e convenzionali – che individuano lo Stato titolare della potestà impositiva, ossia lo Stato che può incassare le imposte sul reddito.


In alcuni casi, la permanenza di un lavoratore in uno Stato estero diverso da quello di residenza, a causa delle restrizioni negli spostamenti dovute al Covid, con l’applicazione delle regole ordinarie, porterebbe un determinato Stato a rivendicare per sé il gettito fiscale che, ante emergenza, sarebbe spettato ad un altro Stato.

Oltre alle distorsioni che si producono sulle entrate nazionali, possono verificarsi pesanti ricadute sul peso fiscale del lavoratore: è fatto notorio, infatti, che nei vari Paesi sovrani esistano aliquote fiscali differenti e che una persona possa trovarsi assoggettata ad una determinata aliquota, in luogo di un’altra, a seconda dello Stato in cui si svolge la propria attività lavorativa.


I criteri per determinare quale sia il Paese titolare della potestà di incassare il gettito fiscale connesso ad una determinata attività lavorativa sono molteplici: la residenza e il domicilio del lavoratore, il luogo in cui il soggetto svolge la propria attività lavorativa, il luogo dove il lavoratore ha la disponibilità permanente di un immobile.

Le regole sono il frutto di un coordinamento tra le norme nazionali e quelle degli accordi bilaterali contro le doppie imposizioni: le convenzioni bilaterali. Un importante criterio è quello della durata della residenza o del luogo in cui si effettua la prestazione lavorativa per almeno 183 giorni. Ossia il lavoratore sarà tenuto a versare le proprie imposte sul reddito in favore dello Stato in cui soggiornerà, appunto, per più di 183 giorni.

E’ facile pertanto ipotizzare il caso di un soggetto che abbia prestato la propria attività lavorativa sino al giorno prima della dichiarazione dello stato di emergenza in un determinato Paese, ma che, trovandosi in un altro Stato al momento del blocco degli spostamenti, possa oggi vedersi richiedere le imposte sul reddito da più di uno Stato.

Ossia, nell’esempio fatto, dallo Stato in cui ha prestato la propria attività lavorativa sino alla dichiarazione di emergenza sanitaria e dallo Stato in cui, causa covid, si sia trovato “bloccato”.

Il problema, tutt’altro che astratto, è stato di recente disciplinato, con appositi accordi, nei rapporti intercorrenti tra Svizzera e Francia e poi, successivamente, tra Svizzera e Italia, stabilendo che il gettito fiscale, data la eccezionalità dello stato emergenziale, competa allo Stato al quale sarebbe spettato ove il soggetto non fosse rimasto bloccato in un’altra Nazione in ragione della impossibilità degli spostamenti.

Nei casi menzionati, si è quindi stabilito che il Paese percettore delle imposte sul reddito, ossia lo Stato beneficiario del gettito fiscale, resterà il medesimo del periodo ante emergenza e che tale disciplina eccezionale perdurerà sino a quando l’ultimo dei due Stati non dichiarerà cessata l’emergenza coronavirus.

Ciò detto, certamente, il problema non risulta risolto nei rapporti con gli Stati terzi, ossia con tutte quelle Nazioni da e verso le quali ancora oggi, in ragione della emergenza coronavirus, non è consentito spostarsi e in relazione alle quali non sussistano accordi tra le stesse volti a disciplinare la contingente problematica evidenziata. Non è escluso, pertanto, che negli anni a venire soggetti i quali, ante stato di emergenza si sarebbero trovati a ricoprire lo status di soggetti passivi, ai fini fiscali, in un determinato Stato, possano vedersi recapitati atti impositivi, per lo stesso presupposto di imposta, ossia per la medesima attività lavorativa, da altri Stati, trovandosi così esposti al rischio di doppie imposizioni, fatta salva l’applicabilità di norme nazionali o convenzionali che evitino tali problemi.

Si auspica pertanto che, come è avvenuto per i rapporti tra Francia e Svizzera nonché tra Italia e Svizzera, si possa presto approdare a soluzioni di eguale portata con e tra altri Stati, finalizzate a scongiurare l’assoggettamento di taluni lavoratori ad una vera e propria duplicazione della pretesa tributaria e a sterilizzare gli effetti distorsivi dei soggiorni “forzati”, causati dall’epidemia, sulle regole interne e convenzionali per l’individuazione dello Stato titolare della potestà impositiva.

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