Cari sinistri, siamo quel che facciamo, non quel che abbiamo

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La grammatica, il lessico e in generale la lingua di un popolo rivela molto della sua cultura e della sua mentalità. In italiano ad esempio ci sono solo due verbi ausiliari: essere e avere, mentre in inglese ce ne sono altri, come il verbo to do (fare).

Sembra una cosa di poco conto o che riguarda solo gli appassionati di lingua e grammatica, ma non è da trascurare, perché dietro questa apparente piccolezza si nasconde molto della nostra identità.

Si analizza cosi uno dei tanti scontri storici tra destra e sinistra, tra globalismo e patriottismo, tra quell’ancóra non ben denominata “corrente culturale e politica destrocinante-cristiana-tradizionalista” e comunismo radical chic su un tema fondamentale, il lavoro.

Ci sono in genere due tipi di persone: quelli che danno maggior valore all’essere e quelli che invece ritengono che per poter essere debbano avere.

Qui si nasconde tutto il valore del lavoro.

Chi ritiene che serva solo ad accumulare ricchezze, ad accrescere l’avere, che sia solo un modo per poter campare guadagnando, si schiera automaticamente con la sinistra. Ritenere il lavoro come uno strumento, che non intacchi e non tocchi minimamente la nostra identità, lo trasforma in un dolorante supplizio, in una fatica necessaria alla sopravvivenza, in un oppressione che ci aliena dalla vita vera e che impostaci dalla “società”, ci schiaccia e ci controlla, come Marx teorizzava.

Tuttavia esiste una seconda possibilità di vita, di visione e di partecipazione al mondo che valorizza il lavoro come potenziamento e definizione della propria identità. Qui l’essere dipende dal fare. Si è ciò che si fa, non si è ciò che si ha. Lavoro come espressione, come possibilità di realizzarsi, di rendere quindi reale il proprio sé, la propria volontà, la propria essenza, l’identità. Per non parlare poi di quanto il lavoro possa anche diventare la manifestazione della nobilissima volontà di aiutare gli altri.

Questa visione principalmente condivisa dalla destra e dalla Chiesa cristiana pre-franceschiana responsabilizza l’individuo sulla base delle proprie azioni e quindi gli condede anche la libertà di decidere chi essere.

A sinistra sognano un mondo piatto e illusoriamente “uguale per tutti” sul piano dell’avere. Uguale per tutti in questo caso significa che nessuno ha più o meno dell’altro, che nessuno deve far nulla per avere ciò che si merita e perde, in nome di una libertà incondizionata, tutto il senso della vita, tutta la sua responsabilità, tutta la sua conquista e quindi il senso stesso del vivere. Libertà senza limiti, premio senza merito, azione senza atto e responsabilità, vita senza obiettivi e dunque un avere privo dell’essere e del fare.

Questa è la fine del seguace dell’avere, del seguace del presente, dell’uomo apparente: de-responsabilizzarsi dal vivere e quindi una lenta apatica corsa verso la morte, un ricco suicidio.

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