Il ricordo di Géza Szőcs, poeta e patriota magiaro

0

Un grande parco della periferia di Budapest, vociare di bambini e primi giri pomeridiani di birre Soproni. In questo contesto popolare mi risultò ancor più anomala la figura di quest’uomo fine, timido, schivo, le cui parole in ottimo italiano si formavano lente a un volume quasi inudibile. Molto di lui mi appariva orientale: il panciotto cremisi damascato che fasciava la tonda pancia da saggio, il taglio orizzontale delle palpebre e il ritmo meditativo. E verso L’Oriente si sarebbero spinte molte sue missioni istituzionali negli anni a seguire. Mi aveva chiamato per dirigere in teatro il suo testo drammatico “La Missione di Rasputin”. Osservandolo capii bene da dove fosse scaturito quel testo pieno di ingenua purezza, un’opera che qualche collega definì “il più bel testo che io abbia mai sentito”, arguto e ironicamente tagliente, come lo sguardo del suo autore quando usciva dall’impaccio.

Géza Szőcs è stato un ponte, tra Europa occidentale e orientale, tra Ungheria e Transilvania (dove è nato, a Târgu-Mureş nel 1953), tra Europa e Asia, tra cultura e politica e, infine, anche tra destra e sinistra, essendo stato uno dei pochi uomini di governo capaci di dialogare e di essere stimati anche dagli avversari, in un clima politico, quello ungherese, tutt’altro che disteso.

Géza è stato un uomo visibilmente contraddittorio, grazie alla grande e mutevole ricchezza del suo spirito. Da quel primo incontro ebbi modo di informarmi sulla sua vita e mi resi conto che quello che poteva assomigliare a un eremita casualmente vestito da dandy, in realtà aveva trovato il tempo e l’energia per vivere molte vite, una più impegnativa e avventurosa dell’altra.

Innanzi tutto è stato un patriota nell’amata Erdely (la Transilvania ungherese), che ha pagato l’amore per il suo popolo con ripetute torture fisiche da parte della Securitate rumena, dovendo perfino sopportare il tradimento del padre che riferiva su di lui agli agenti di Ceausescu. Era però un patriota della migliore tradizione mitteleuropea, con le caratteristiche di chi ha nel sangue il ricordo dei tempi in cui i popoli convivevano nel cuore dell’Europa senza perdere la propria identità.

Per tutta la vita è stato attivo per la comunità ungherese in Transilvania dove, dopo l’89 è stato nominato segretario dell’Unione democratica degli Ungheresi in Romania (RMDSZ) e poi senatore. Quindi è stato attivo nel cuore dell’Ungheria, a cui ha dato tutto come politico e intellettuale, riversando questo amore spesso anche nelle composizioni poetiche, come testimonia la sua autoconfessione: “[…] Credo che la nazione ungherese stia compiendo una missione storica, e che questa missione sia profondamente legata alla nostra capacità di nobilitare l’anima e la nazione, la cultura / Vorrei che venisse costruito un Centro di Conoscenza nella patria-via crucis, in questo punto d’incontro […] tra Est e Ovest, Sud e Nord […]”.

Giovane dalla mente brillantissima, grazie alla raccomandazione dello scrittore transilvano András Sütő, vinse nel 1978 la borsa di studio dedicata a Herder in Germania. Quindi ricercatore presso l’Istituto della Storia della letteratura e della linguistica di Cluj e, successivamente, giornalista in Svizzera. Nel 1989-1990 è diventato il capo dell’ufficio di Budapest della Radio Europa Libera. Quindi membro di consiglio della Fondazione Pubblica della Televisione Hungária (HTVKA) che controllava il canale televisivo Duna-TV.

Nel 2010 iniziò l’avventura politica al fianco di Orbán, di cui divenne sottosegretario alla Cultura e Commissario Generale d’Ungheria per Expo Milano 2015.

Dal 2011 Presidente del Pen Club Ungherese, Géza Szőcs è stato soprattutto una scrittore e un poeta. La sua prima raccolta di poesie fu pubblicata nel 1975 con il titolo „Sei stato tu ad attraversare l’acqua?”.

Da allora Szőcs non ha mai smesso di scrivere testi poetici, drammatici e in prosa, pubblicati in numerose lingue giungendo ad alcuni tra i massimi riconoscimenti possibili per un autore: i premi Kossuth, Attila József e Leopardi.

Quest’ultimo premio racconta molto del suo rapporto privilegiato con l’Italia, anche grazie all’amicizia col poeta e interprete Tomaso Kemeny, traduttore di gran parte dei suoi scritti.

La sua poetica straordinariamente eclettica sul piano formale, è stata in grado di coniugare tematiche rivolte alla politica e alla mistica, per giungere fino alla satira, senza trascurare la più semplice soggettività esperienziale. Uno stile capace di lasciar guizzare su uno sfondo di purezza etica, slanci di ironia al limite del sarcasmo, analisi di nitida lucidità, creazioni di figure umane ricchissime, commoventi o grottesche che fossero, il tutto tenuto insieme dal senso prodotto da un’appassionata fede, che non l’ha abbandonato fino all’ultimo.

Le sue vite avventurose e i suoi viaggi terreni hanno avuto termine il 5 novembre all’età di 67 anni, lasciando cinque figli. Se n’è andato prematuramente per tutti noi che l’abbiamo amato, ma soprattutto per la sua patria, che oggi più che mai avrebbe bisogno di uomini di pace, di ingegno e di responsabilità come lui, capaci di creare ponti e di prendersi cura della propria casa.

Il nostro ultimo incontro privato è avvenuto proprio in un ufficio con mobili nuovi di pacca in perfetto stile cinese, arricchito da opere d’arte di italiani come Manzù, Giacometti… “Ma quello è un Medardo Rosso!”. Era appena tornato dall’Oriente. Ormai avevo imparato a conoscerlo. Quelle lunghe pause in cui sembrava perdersi nella lontananza erano i momenti in cui decideva come agire.

Da uomo d’azione ha affrontato con coraggio questo periodo difficile. Laddove i più si sono nascosti per paura, lui ha seguito la sua missione, perché chi ne ha una non può far altro. Mancherà a tutti, ma lui le sue vite le aveva vissute. Ora tocca a noi essere testimoni all’altezza.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

19 + 11 =