Il taglio della spesa sanitaria è una follia

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Abituati alle maglie nere, gli italiani possono vantare un podio ambito: quello sanitario. Nonostante i tagli imposti da decenni di austerity, il nostro servizio sanitario rimane uno dei migliori al mondo. Secondo l’agenzia Bloomberg, che ha valutato la salute della popolazione in 169 Paesi membri dell’OMS, nel 2019 l’Italia si attesta al secondo posto, superata dalla Spagna e perdendo il primato che aveva nel 2017. Non a caso l’aspettativa di vita alla nascita nel nostro paese è di 83,1 anni, al secondo posto nell’UE, sempre dopo la Spagna. Dalle ricerche condotte da OECD e UE risulta come gli italiani abbiano abitudini di vita più virtuose, con un tasso di obesità che, seppur in aumento, si attesta all’11% rispetto a una media UE del 15, e una tendenza al consumo di alcool inferiore rispetto agli altri europei.

Ma detto questo, cosa sta accadendo al servizio sanitario pubblico? Quello che è avvenuto al resto del sistema pubblico italiano, da oltre due decenni a questa parte: tagli e sforbiciate in nome dell’austerity, per cercare di tagliare il debito, senza considerare che tali misure sono inefficaci, deleterie, potenzialmente nefaste. Dal 2010 al 2019 il finanziamento pubblico è stato decurtato di oltre 37 miliardi: tagli alle strutture ospedaliere, ai posti letto, al personale medico, per non parlare della ricerca, dove il nostro investimento è irrisorio. In termini assoluti il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di appena 8,8 miliardi, non riuscendo neanche ad adeguarsi alla crescita del tasso dell’inflazione. Tra il 2009 e il 2018 l’incremento della spesa sanitaria pubblica è stato del 10%, con una media OCSE del 37%, dato che avvicina l’Italia ai paesi dell’Europa orientale, mentre aumenta il divario con Francia e Germania, la cui spesa sanitaria pro-capite è il doppio della nostra. L’emergenza coronavirus ha scoperchiato il vaso di Pandora: mancano medici, infermieri, posti letto… Sono le vittime dell’austerity e del liberismo dissennato, che sacrificano la salute pubblica alla contabilità. Ma oltre al danno c’è la beffa: i conti infatti non tornano, perché l’equazione applicata è sbagliata. Quando un’economia si trova ad affrontare una crisi dal lato della domanda come oggi, ridurre la spesa pubblica produttiva vuol dire aggravarla, generando disoccupazione e calo di consumi e produzione, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Lo conferma la pubblica ammenda fatta dal FMI sulla gestione del caso greco, dove il primo a farne le spese è stato il settore sanitario. A supporto dell’operato della Troika, il FMI sosteneva che il cosiddetto moltiplicatore fiscale della spesa pubblica fosse pari a 0,5, per cui al taglio della spesa avrebbe dovuto corrispondere una crescita del Pil.

Di fronte ai fallimenti conclamati l’istituto di Washington ha ricalcolato l’indice, scoprendo che c’era un errore: il suo valore era maggiore di 1, quindi ogni taglio produceva una perdita. Studi economici provano come tale indicatore abbia valori particolarmente elevati proprio nella sanità, dove applicare l’austerity in tempi di crisi rappresenta una scelta folle, con effetti negativi su Pil e aumento del debito. Tagliare la spesa sanitaria significa mettere a repentaglio la salute dei cittadini e la capacità della rete ospedaliera di affrontare le emergenze. Al contrario di quanto è stato fatto finora, questo è il tempo di investire in ricerca e potenziamento del settore sanitario, che deve rimanere la nostra eccellenza.