Insopportabile il linciaggio di “Lockdown all’italiana”, ecco perché

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Confesso, come doverosa premessa, di essere stato un fan dei fratelli Vanzina. I loro film hanno raccontato l’Italia meglio di un manuale di sociologia, hanno capito prima degli altri, fin da Sapore di mare del 1982, quale piega avrebbero preso gli anni’80, intuendo che dopo il lugubre decennio precedente si respirava una sana aria di spensieratezza.

Falso anche che siano stati loro i colpevoli della nascita e proliferazione del cinepanettone, ridotto, nelle sue degenerazioni successive a ricorrere al colpo basso del rutto e della flatulenza per strappare una risata. Quel tipo di pellicola non porta la loro firma, sono stati i successori a provocare l’involuzione del filone vacanziero, inaugurato, questo sì, da Carlo ed Enrico.

Arrivo a comprendere, ma non a giustificare, il massacro che la critica del tempo faceva dei loro film, una critica storicamente con la puzza sotto il naso, che aveva riservato lo stesso trattamento in vita a Totò e Franchi e Ingrassia. In quell’epoca d’oro il cinema italiano annoverava comunque, tutti in vita, registi del calibro di Fellini, Monicelli, Scola Antonioni e interpreti come Gassman, Sordi, Manfredi, Tognazzi, Mastroianni.

E’ nell’attuale vuoto pneumatico di talenti, idee, storie da raccontare, che trovo insopportabile il linciaggio, aprioristico di Lockdown all’italiana, primo lavoro dietro la macchina da presa, di Enrico, ultimo esponente della famiglia Vanzina, che , ricordiamolo, comprendeva anche un fior di regista come Steno.

Al film, che nessuno ha ancora visto, va comunque ascritto innanzitutto il merito di aver restituito il lavoro a decine di persone, particolare non trascurabile che i custodi della sacralità del lockdown dovrebbero ricordare.

A nessuno va di scherzare con una pandemia che ha colpito ovunque le famiglie, ma quei terribili mesi di chiusura totale del paese, rimarranno scolpiti nella pietra in maniera indelebile e, come tutti gli eventi storici, è normale che producano letteratura, documentari e anche film.

Con meno virulenza, anche Benigni fu criticato per aver portato la comicità nella narrazione dell’Olocausto, ma era un’operazione giusta, perché trovare l’ironia, la percentuale comica, seppur minima, è sempre stata una ricetta, molto italiana, anche di sopravvivenza. Lo dimostra la forza che ognuno di noi si è dato in quei mesi terribili, provando a rivolgere la sguardo verso il bello, verso la risata, verso l’ottimismo.

Da cinefilo, infine, sono molto più preoccupato per lo stato di salute generale del cinema italiano, incapace ormai da anni, salvo rari sprazzi, di innovarsi, di cambiare registro, di trovare storie efficaci, che esulino dalla solita commedia “carina”, “pettinata”, indistinguibile dalle altre per la presenza degli stessi volti e di un eterno ritorno dell’uguale.

Eppure i volti ci sono. Prendiamo lo straordinario Pierfrancesco Favino, capace di indossare con la stessa disinvoltura i panni di Craxi o di Buscetta. L’ho visto pochi giorni fa in una commediaccia orribile, in cui il suo straordinario talento è stato letteralmente massacrato da una sceneggiatura zoppa e scontata. Ben vengano, a proposito, i tentativi come Hammamet: la storia d’Italia è un serbatoio prezioso dal quale attingere. Naturalmente purchè si conosca.

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2 Commenti

  1. Non c’e’ nulla da criticare , sappiamo cosa aspettarci dal solito polpettone , e se vogliamo andiamo a vederlo , Tanti si accontentano di poco , come quelli per cui la musica e’ TUNZ TUNZ ,
    o al massimo qualche rapper dalle filastrocche rimate, per bambini dell’asilo.

  2. Che tu sia un ammiratore dei fratelli Vanzina gia ti cataloga come incapace di parlare di cinema. Quanto si loro film, come a quelli di Franchi e Ingrassia e tanti altri guitti del cinema italiano, non era necessaria la puzza sotto il naso per definirli ignobili. Ci pensavano da soli

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