Quelle dive di Ornella De Rosa, così antiche e così moderne

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“La figura riprodotta di una persona parte da uno spunto semplice e diretto, ma si trasforma in uno dei generi artistici più sottilmente inquietanti”: così scrive lo storico dell’arte Stefano Zuffi nella monografia Il ritratto: capolavori tra la storia e l’eternità. Esempi emblematici sono Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde e Il capolavoro sconosciuto di Balzac. Ma dipingere un volto significa anche ri-vedere noi stessi e gli altri in contesti immaginifici, come De Chirico con l’autoritratto in posa rinascimentale. Spesso fissiamo la memoria nel tempo facendo scorribande nel tempo. Un esempio è la ritrattistica della pittrice Ornella De Rosa, dai cui acrilici fiammeggianti emergono, citando il critico Angelo Crespi, “atmosfere di un quasi realismo magico con un tratto appena di lieve morbosità”. Siamo tutti un po’ voyeur, ma se lo sguardo ha dei segreti, con Ornella De Rosa questi segreti si palesano. L’artista raffigura giovani soggetti femminili in contesti di gaiezza, ma è quella gaiezza anche un po’ inquietante che in fin del conto caratterizzava l’arte di Andy Warhol: le…“muse inquietanti” di De Rosa sono in realtà delle dive, talora dive americane degli anni 50/60 come nelle opere Giochi di luce e Il dono, profumo di un’emozione, talaltra sembrano fuoriuscite da uno shooting fotografico di oggi, come La scelta e E l’oblio mi è dolce. La sua pittura è una contestualizzazione narrativa (Oltre lo sguardo), superattuale (Selfie a mezzogiorno) e devota a precisi stilemi del 900 (Il volo), italiani e non (Felice Casorati e, su tutte, Tamara de Lempicka).

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