La lunga storia dei Pupi ritrovati

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Intervista a Mimmo Cuticchio

L’Opera dei Pupi è opera nell’opera, riconosciuto dall’Unesco come “Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”, essa prende forma a metà Ottocento, quando vengono messe in scena storie di banditi e santi, drammi shakespeariani e soprattutto le vicende dei paladini di Francia.

Sembra un controsenso eppure in Sicilia, terra di antica tradizione e dalla forte identità, è diventato difficile parlare di opera dei Pupi alle nuove generazioni, così irretite da modelli culturali sempre meno autentici che non risvegliano né orgoglio né riflessione. Mimmo Cuticchio, primo e unico puparo vivente, maestro assoluto dei narratori orali siciliani, continua a tramandare questa antica e preziosa tradizione in una vera e propria bottega in via Bara all’Olivella, cuore della città di Palermo.

Nella sua bottega-laboratorio Mimmo Cuticchio, circondato dal profumo del legno delle sue marionette e il luccichio degli argenti delle armature, con la sua inconfondibile voce, racconta la sua gioventù, ripercorrendo la sua attività di scenografo per il cinema e il suo incontro, nel 1967, con Enrico Panunzio, in occasione di uno spettacolo al Salone degli Specchi dell’Ambasciata italiana a Parigi.

D -Come inizia questa storia dei pupi ritornati dopo 50 anni?

R- “Lo spettacolo dell’Ambasciata ebbe un tale successo da far maturare a Panunzio l’idea che un teatrino dei pupi a Parigi avrebbe potuto avere un seguito di pubblico, tanto che persuase mio padre  a rimanere nella capitale francese qualche settimana in più del previsto. Il primo periodo fu esaltante per mio padre, che  finalmente, coronava il sogno di poter visitare di persona i luoghi che da sempre evocava con i paladini di Francia e il pubblico, composto soprattutto da giovani universitari e da famiglie, cresceva giorno dopo giorno. Ad un certo punto, però, mio padre decise di tornare nella sua terra, mentre io rimasi a Parigi a dirigere un teatro in una delle più incantevoli città del mondo, con un pubblico internazionale che ammirava una tradizione che in Sicilia cominciava ad essere trascurata, tornai dopo cinque mesi quando fui chiamato per il servizio di leva.

D – Adesso, dopo oltre cinquant’anni, i Pupi che tuo padre aveva venduto a Panunzio, ritornano a Palermo

R – “Rividi i pupi di mio padre anni dopo durante una tournée in Puglia, dove Panunzio, ormai in pensione, si era trasferito. Erano molti di più di quelli che avevamo lasciato a Parigi nel 1967. Negli anni, infatti, il professore ne aveva comprati altri da Francesco Sclafani, che in maniera assai disinvolta commerciava pupi di svariate misure, lavorazioni e pregi. Per cui, quando andai al Pulo di Molfetta, nell’ex convento dove Enrico Panunzio custodiva il prezioso materiale, accanto ai nostri pupi trovai quelli di Paolo Galluzzo, Paolino Di Giovanni, Giuseppe Celano, Antonino Mancuso, Cecè Argento e di Nino Canino. Due anni fa, dopo diversi anni dalla morte di Panunzio, i suoi figli Antoine e Stephanie, consapevoli che quei pupi erano rimasti inanimati per troppo tempo e che avevano bisogno di mani esperte, decisero che sarebbero tornati a Palermo perché potessero tornare a vivere nel loro luogo naturale: il palcoscenico del teatrino dei pupi“.

D – Grazie a una sapiente opera di restauro e di intenso lavoro, in questi due anni di pandemia, la collezione di Panunzio è stata riportata al suo splendore

R – “Dopo mesi di lavoro e grazie alla costumista e scenografa Tania Giordano,  abbiamo restaurato 56 pupi tra cui Carlo Magno, Orlando, Rinaldo, Terigi, Gradasso, il Gigante a cui si spacca la faccia, Febore, Salatiello della Libia e lo Spaccato verticale, i tre fratelli Spagnoli, due soldati neri e due soldati bianchi, il conte Rampaldo, un carceriere, un contadino, un brigante, un pellegrino, Gano di Magonza, Orlando e Rinaldo giovani, una Monaca, Aldalabella, il corpo nudo di Ruggiero dell’Aquila Bianca, i maghi Merlino e Malagigi, i diavoli Nacalone e Calcabrino, un satiro a quattro facce, un satiro a tre teste, un drago e un serpente, Vegliandino, il cavallo di Orlando e Baiardo il cavallo di Rinaldo.  Li guardo e non riesco a nascondere la felicità di riaverli con me, e anche loro mi sembrano molto compiaciuti di ritrovarsi in teatro, con tanta voglia di raccontarsi. E chissà se la sera, quando chiudo il teatro, loro si riuniscono con i pupi della nuova generazione per raccontarsi cosa è accaduto in questi anni di allontanamento forzato”.

Grazie alla mostra Pupi dispersi. Pupi ritrovati (ingresso gratuito fino al 31 dicembre, catalogo a cura di Elisa Puleo) potremo ammirarli nello storico laboratorio dei Cuticchio in via Bara all’Olivella.

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