La pandemia ha spento l’amore, ispiriamoci al coraggio di San Valentino

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In Blue Valentine, la canzone che dà il titolo all’omonimo album del 1978, Tom Waits canta dell’arrivo di questi Valentine (azzurri o tristi?) speditegli dall’ex innamorata, che fungono da Madeleine proustiani non solo per le immagini del passato che fanno riemergere ma anche per ricordare all’io narrante “il mio peccato cardinale”. Il Valentine del pezzo è quella cartolina che gli innamorati si scambiano il 14 febbraio e il blues di Waits, straordinario cantore degli oggetti quotidiani dell’America, ci fa capire come i Valentine fossero e siano importanti. Una festa molto sentita oltre Oceano, che gli abbiamo regolato noi italiani, o meglio la tradizione italiana, con il nostro San Valentino di Terni. Agli Stati Uniti, e poi quindi a tutto il mondo, vera festa mondiale, San Valentino arriva dall’Inghilterra, dove è già presente fin dal XV secolo, portata probabilmente dagli ordini monastici benedettini, ed era talmente sentita che, durante la rivoluzione del XVII secolo, Oliver Cromwell la abolì assieme al Natale e a molte altre, accusate da lui, puritano, di essere “cattoliche” cioè “pagane”. Perfida Albione: la bellezza (e la verità) del cattolicesimo sta proprio nell’essere intriso di elementi pagani, come la festa appunto di San Valentino. I Puritani, veri avi dei comunisti e dei cancel-culturisti attuali, però finiscono sempre male: e infatti, dopo la morte di Cromwell e il ritorno della monarchia, la festa fu ripristinata e continua tutt’ora. La consuetudine delle cartoline nacque però in epoca vittoriana e le Valentine di quel periodo sono splendide stampe preraffaellite (ancora l’Italia!) che trasmettevano l’idea dell’amore casto e morale: non l’amore passione, e men che meno fisico e carnale, ma l’amore come patto tra due persone, ovviamente di sesso diverso, per formare una famiglia. L’amore come prospettiva etica. E in fondo la festa di San Valentino, che dall’Inghilterra passò agli Usa che la fecero diventare globale e globalista, mantiene ancora oggi il carattere di liturgia dei fidanzati, più che degli innamorati: non si regala una Valentine a chi si è appena conosciuta o con cui si è solo passato una notte. La festa di San Valentino sigla un patto: e del resto cosi era fin dalle origini medievali, quando era una sorta di rito di fidanzamento che preludeva alle nozze. Probabile che sia penetrata nell’Inghilterra tardo medievale anche attraverso la letteratura. Del resto l’Italia del XIV secolo era la capitale del mondo, sia dal punto di vista artistico che letterario – e da Boccaccio a Chaucer, nei cui racconti San Valentino è ben presente, il passo è breve.

Le origini almeno letterarie della festa di San Valentino ci portano cosi all’oggi, alla pandemia, all’amore ai tempi del virus. A metà XIV secolo era virus ben più omicida, la Morte nera, la peste, da cui i protagonisti nobili del Decamerone fuggono, rifugiandosi sulle più salubri colline fiorentine, e da li narrare storie d’amore, e magari anche viverle. Come si vede in diversi cicli di affreschi del periodo, la peste era occasione anche per incontri amorosi che in tempi normali sarebbero stati proibiti; incontri carnali, si intende, ma non solo: l’amore per scacciare la paura della morte, anche se gli italiani di allora credevano nella trascendenza, nel regno di Dio, e la morte era considerata qualcosa di naturale. Allora la pandemia stimolava nuovi incontri. L’impressione è che invece oggi, che abbiamo molta più paura della morte rispetto al Trecento, forse perché non crediamo più in Dio ma solo ad Io – e finito l’Io è finito tutto – la morte l’abbiamo relegata a tabù. E se la cosa più importante è la protezione della mia nuda vita, per utilizzare un termine di Giorgio Agamben, non sarò certo stimolato a incontrare qualcuno magari da amare: I need somebody to love cantava Freddy Mercury, ma oggi sembra tutto il contrario. E infatti indagini sociologiche e giornalistiche ci mostrano come la de-socializzazione causata dalla pandemia abbia prodotto calo di desiderio, calo di curiosità, calo di interesse verso l’altro. Per forza, si dirà, se per lunghi mesi non abbiamo potuto frequentare luoghi in cui incrociare il possibile amato o amata. Ma non è esattamente cosi. Le possibilità di incontri, anche magari più eccitanti perché imprevisti, ci sono sempre state: è mancato l’intesse. Il processo di individualizzazione e il timore del rischio, secondo la sociologia tedesca due fattori fondamentali dell’età ultramoderna, hanno condotto allo spegnersi delle passioni amorose. Troviamo un parallelo con un dato invece confermato dalle statistiche: la diminuzione dei fedeli alle funzioni religiose. La pandemia ha indebolito l’amore per una persona e anche quello verso Dio. E la festa di San Valentino del 2021, è stata triste, squallida e tutta regolamentata in ogni parte del pianeta toccata dal Covid. Chissà se questa sarà invece più vivace e se gli italiani, almeno, troveranno il coraggio di San Valentino, che era stato martire in nome dell’amore, per Dio certo: un amore che però dà forma a quello tra le creature umane.

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