La politicizzazione della magistratura dall’Unità agli anni 2000

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Luca Vernizzi, Prescrizione, pennarello nero su carta, 2020, cortesia dell’artist

“La magistratura non deve far politica di nessun genere. Non vogliamo che faccia politica governativa o fascista, ma esigiamo fortemente che non faccia politica antigovernativa o antifascista. E questo nella immensa maggioranza dei casi avviene”. Sono parole del ministro Guardasigilli del governo Mussolini, Alfredo Rocco, il vero costruttore, da un punto di vista giuridico, dello Stato fascista. Se persino lui lamentava una sorta di opposizione della magistratura al governo, capiamo come mai il rapporto tra giudici e politica sia in Italia particolarmente intricato, e da tempo. Precisamente dalla nascita dello Stato unitario. Lo statuto del magistrato nella nuova Italia era esattamente lo stesso di quello del Regno di Sardegna, che estese a tutto il paese buona parte della sua legislazione. Ma con la particolarità che, dovendo sostituire i magistrati degli Stati pre-unitari, il nuovo Regno introdusse in ruolo figure di magistrati politici, spesso parlamentari essi stessi. Con l’introduzione del concorso, alla fine dell’Ottocento, la magistratura si trasformò in un corpo dell’alta burocrazia. Ciò non risolse i problemi. Essa continuò ad essere dipendente dal potere politico da un lato e dall’altra tentata di partecipare al gioco, spalleggiando ora uno ora l’altro big dell’Italia liberale.

Ovviamente in ogni paese il giudice e la sua azione hanno un rilievo politico, ma che si sottomette, o almeno affianca, il potere esecutivo. Che però in Italia è sempre stato debole. Intendiamoci, durante l’Italia liberale lo Stato non era debole, a tratti anzi assunse anche una veste vagamente autoritaria. Ma questo nulla ha a che vedere con la forza degli esecutivi, che furono sempre fragili. E che portarono al predominio e allo strapotere, in diversi periodi, della burocrazia, di cui anche la magistratura è parte. La difficoltà del potere esecutivo e di quello legislativo di instaurare un rapporto preciso ed efficace con la burocrazia, la rese di volta in volta sottomessa al potere politico (in realtà a questo o a quell’altro leader) oppure eccessivamente autonoma, come doveva apparire la magistratura a Rocco. E infatti durante il fascismo essa fu un corpo burocratico sottomesso al regime, eppure nello stesso tempo autonoma, o almeno con un grado di autonomia superiore rispetto ad altri corpi dello Stato.

Luca Vernizzi, Prescrizione, pennarello nero su carta, 2020, cortesia dell’artist
Luca Vernizzi, Prescrizione, pennarello nero su carta, 2020, cortesia dell’artist

Tutto questo i Costituenti lo sapevano e cercarono di porvi rimedio, attraverso il concetto di autonomia della magistratura e con tutta una serie di istituti creati dalla nuova Costituzione. Ma evidentemente l’abito calato dall’alto in maniera giacobina sul corpo del paese non poteva creare l’effetto desiderato e anzi avrebbe determinato il contrario. Oltre a perseguire l’indipendenza dei giudici, come desiderato da molti costituenti, la Repubblica ha infatti prodotto in tempi piuttosto rapidi una magistratura politicizzata in maniera diversa, e peggiore, rispetto ai periodi precedenti. Lì la politicizzazione era comunque interna alla sfera del governo, di cui la magistratura appoggiava di volta in volta questo o quell’altro esponente. La sua autonomia, poi, quella lamentata dalle parole di Rocco, al massimo tendeva a frenare l’azione dell’esecutivo, non a sostituirla.

Al contrario nell’Italia repubblicana, almeno dagli anni Sessanta, la magistratura comincia a politicizzarsi in senso partitico: ed è soprattutto il Partito comunista che, gramscianamente, in breve tempo ne diviene punto di riferimento. La magistratura non solo si politicizza ma si sindacalizza: con una divisione in correnti che non rispecchia esattamente quelle del paese, ma ne tiene conto. Mentre poi la magistratura dell’Italia liberale e di quella fascista mai avrebbe tentato di sostituire la classe politica, in quella repubblicana, soprattutto a partire dal crollo del Muro di Berlino, la tentazione affiora.

E anche in un momento di perdita di credibilità dei pm, essi continuano ad esercitare una sorta di potere politico occulto, in grado oggi non più forse di rovesciare il sistema, come avvenne con Tangentopoli, ma di determinarne le sorti. Con un unico obiettivo: colpire chi rappresentata un fattore di cambiamento (ieri Craxi e Berlusconi, oggi Salvini, ma per certi aspetti pure Renzi) e assicurarsi che il sistema non cambi. In tal senso, la magistratura attualmente è uno degli assi del regime italiano, cosa assai diversa dal governo, anzi è in grado di condizionare qualsiasi esecutivo nato dalla scelta del corpo elettorale. Serve perciò una riforma della magistratura, ma che sia collegata al rafforzamento del potere esecutivo. Perché il potere anomalo dei magistrati non è che un aspetto della debolezza del potere esecutivo.

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