La “trattativa Stato-mafia” è stata solo una grande operazione mediatica

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Lunedì 22 maggio a Quarta Repubblica, il talkshow dedicato all’attualità politica ed economica condotto da Nicola Porro, dopo l’approfondimento sulla tragedia dell’alluvione in Emilia-Romagna, un capitolo è stato dedicato alla giustizia con un focus sul processo “trattativa Stato-mafia” in presenza dell’ex pm Antonio Ingroia (n.d.r.)

Dopo la boutade di alcuni giorni fa (“Gli unici che devono chiedere scusa sono gli imputati che sono stati assolti. E devono chiedere scusa agli italiani e ai familiari delle vittime”) Antonio Ingroia, l’ex Pubblico Ministero padre del lungo processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, ieri da Nicola Porro a Quarta Repubblica si è superato.

Lo scorso 27 aprile i giudici della sesta sezione della Cassazione hanno confermato l’assoluzione per i tre ex investigatori del Ros, Mori, Subranni e De Donno e per l’ex parlamentare Marcello Dell’Utri (annullata la sentenza di appello senza rinvio con la formula per non avere commesso il fatto nel procedimento sulla presunta trattativa Stato-mafia, n.d.r.). Un lungo calvario giudiziario, soprattutto mediatico, cominciato per iniziativa di Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo e a cui avevano fatto da cornice una serie di processi ulteriori che vedevano sempre Mori al centro, mentre si alternavano altri suoi stretti collaboratori, tra cui Sergio De Caprio e Mauro Obinu.

L’accusa era quella di minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato (art.388 c.p.), cioè di avere trasmesso fino al cuore delle Istituzioni – i governi di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi;– la minaccia di Cosa nostra di compiere altre stragi e altri omicidi eccellenti se non fossero state alleggerite le condizioni carcerarie dei mafiosi detenuti.

La tesi dell’accusa, quella del patto tra esponenti della politica, carabinieri e mafiosi che avrebbe accelerato anche la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, era già stata messa fortemente in discussione dalla sentenza della Cassazione che aveva confermato l’11 dicembre 2020 l’assoluzione dell’ex ministro Dc Calogero Mannino.

L’altra sera Porro, con una operazione di grande giornalismo, ha esordito con una dichiarazione del professor Giovanni Fiandaca, uno dei nostri migliori giuristi, maestro di Ingroia, che già nel 2012, in un saggio su una rivista giuridica (con dedica a Loris D’Ambrosio) poi pubblicato su un quotidiano nazionale, aveva smontato l’impianto giuridico dell’inchiesta della procura di Palermo ritenendo il processo Trattativa Stato mafia una “storytelling” (“La Trattativa è stata solo uno storytelling multimediale. Un teorema giuridicamente fragile, senza riscontri probatori e che rasenta il ridicolo dal punto di vista storico. Ma questa narrazione che ha acriticamente veicolato le tesi dell’accusa avrà un effetto disorientante sui cittadini. Come si spiega, dopo dieci anni, che era un’inchiesta sbagliata?”).

Infatti, provate ancora oggi a chiedere in giro e ne vedrete di risposte al limite della farneticazione. Ha ragione il prof. Fiandaca.

Ma il dibattito televisivo dell’altra sera si è incentrato proprio sulla contrapposizione tra “la sentenza ha detto che sono innocenti e quindi Ingroia deve chiedere scusa” (“Il processo è esso stesso una pena, perché non vi scusate visto che gli imputati sono stati tutti assolti?”)

e la difesa dell’ex pm Ingroia (“Io ho il dovere, quando ci sono gli elementi, di fare quel processo”)

Insomma: colpevolismo da una parte e presunzione di innocenza dall’altra, con al centro un ago della bilancia pesante, quello dei media e dai social.

E proprio sul ruolo dei media, incalzato da Porro e da Andrea Ruggeri, ex deputato di Forza Italia, Ingroia ha preso le distanze dal “circolo mediatico”: “Io facevo il Pm, cosa c’entro io con giornali e televisioni?”.

Ci si potrebbe limitare a 2 fatti storicamente accertati: la vacanza al mare con Marco Travaglio (Ferragosto 2013, presso Le Dune Resort & SPA, in un quattro stelle Superior, nelle splendide acque del Golfo dell’Asinara, in Sardegna , n.d.r.), peraltro organizzata dal maresciallo Giuseppe Ciuro, maresciallo della Dia che andava in vacanza assieme al magistrato palermitano e al corrivo giornalista e successivamente arrestato nell’ambito del cosiddetto processo “Talpe alla Dda”, per i suoi rapporti con l’imprenditore Michele Aiello, prestanome di Bernardo Provenziano. O ancora l’accoglienza da star di Ingroia, di Matteo e Caselli alla festa del Fatto Quotidiano nel 2012 in piena celebrazione del processo di primo grado.

Irrilevante? No. Perché un tema che non è stato toccato ieri da Porro è la fortissima pressione mediatica esercitata ad esempio dal film di Sabrina Guzzanti “La trattativa Stato-Mafia”, o dalle plurime uscite mediatiche dell’ ”icona dell’Antimafia” Massimo Ciancimino.

Io avevo l’obbligo di esercitare l’azione penale”, ha detto Ingroia. Ma avrebbe potuto scegliere di indagare, ad esempio, sin dall’inizio sul rampollo di don Vito Ciancimino, Massimo, perché nella montagna di carta del processo vi è la prova di un documento contraffatto fornito da Massimo (il figlio dell’ex sindaco di Palermo su ordine della Procura di Palermo venne arrestato “per pericolo di fuga” con l’accusa di aver contraffatto un documento con il nome dell’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, n.d.r.) .

Falsi furono anche i riferimenti a Berlusconi e gli accostamenti “mafiosi” al generale Mori: le perizie sulle carte consegnate a rate da Ciancimino junior stroncarono nel 2011 l’attendibilità del superteste dell’inchiesta sulla «trattativa» Stato-mafia ai tempi delle stragi. La parte più importante del carteggio (autentico) di don Vito era stata manipolata con tecniche da photoshop, sforbiciate, copia e incolla di frasi e firme trasportate da un documento all’altro. Gli atti più importanti furono tutti fotocopiati, per nascondere l’originale, come accadde per il famoso papello con le richieste della mafia per bloccare le stragi.

Sarà allora fondato il timore di Mori che qualche giorno fa aveva dichiarato: “Ora cosa si inventeranno per vendere i loro libri e giornali?”.

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Angelo Jannone (Andria, 1962) a 28 anni è stato al comando della compagnia Carabinieri di Corleone e ha lavorato a stretto contatto con Giovanni Falcone nelle indagini sui Corleonesi, sul loro patrimonio e per la cattura di Totò Rina, ammanettato poi da “Ultimo” nel gennaio del 1993. Dopo ulteriori successi contro la ‘ndrangheta in Calabria e in Veneto con Carlo Nordio, ha comandato il secondo reparto investigativo del ROS Centrale, dove ha svolto attività di infiltrato tra narcos e camorristi. E’ autore di numerose indagini su Cosa Nostra, ‘ndrangheta, narcotraffico internazionale, riciclaggio e corruzione. Queste vicende sono raccontate senza enfasi, ma con molta umiltà e umanità, nel romanzo autobiografico Un’arma nel cuore. Nell’Italia di oggi ritratti di eroi vissuti nel silenzio (Gambini Editore, 460 pagine, 2021). Colonnello in congedo, dopo diversi incarichi di dirigente d’azienda e docente universitario, è oggi affermato manager e consulente di successo.

5 Commenti

  1. «“Io avevo l’obbligo di esercitare l’azione penale”, ha detto Ingroia.»
    C’è un detto siciliano che recita così: “Ca scusa du figghiolu a mamma si mangia l’ovu”. Significato: “Con la scusa del figliolo, la mamma si mangia l’uovo”. Con riferimento a chi si approfitta di una determinata situazione per portare avanti i propri desiderata.
    Una cosa, infatti, è che l’Articolo 112 della Costituzione indica l’obbligatorietà dell’azione penale e altra cosa è creare castelli in aria per il proprio tornaconto. Distruggendo la vita a una carrettata di famiglie. Con l’aggiunta dell’esibizione della solita arroganza di sempre. Nonostante i flop giudiziari e gli scivoloni pubblici di cui è stato protagonista. Ma questo è Ingroia. Un personaggio che sarebbe piaciuto a Pirandello raccontare. Per farlo conoscere agli altri. A non siciliani.

  2. Il generale Mori ha ammesso che la trattativa c’è stata e la rifarebbe. Naturalmente dopo essere stato assolto in Cassazione. povera Italia in balia di questi personaggi, tutta la mia solidarietà al dottor Ingroia

  3. Io ho la netta convinzione che “lo Stato, da tempo, sia gestito dalla Mafia o se preferite dalla Massoneria” tutto il resto è teatrino politico per governare un “gregge di pecore” e non credo di essere l’unico a pensarla così.

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