L’attualità di Don Camillo e Peppone

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Don Camillo e Peppone, le invenzioni di Giovannino Guareschi che rispecchiavano la realtà dell’Italia post bellica ma che ci invitano ad effettuare una serie di considerazioni, vista la crisi valoriale della attuale società italiana. Prima di addentrarci nell’essenza del prete – divenuto poi vescovo – e del sindaco comunista – divenuto poi onorevole – ancora oggi più famosi d’Italia, conviene soffermarci brevemente sul loro “padre” romanziere, Guareschi. Egli fu monarchico e anticomunista convinto, scettico sul parlamentarismo e grande analista politico. Si possono evincere queste sue peculiarità non solo nei suoi celebri romanzi e nei suoi film con i sopracitati protagonisti, ma attraverso la sua attività giornalistica. Vero e sottile anticonformista, si può trovare conferma di ciò anche nel giornale in cui fu direttore, Il Candido, il quale metteva in risalto la distanza dell’Italia repubblicana dalla sua interpretazione ufficiale, le critiche al boom economico e alla partitocrazia, la lotta al comunismo (significative le vignette sulla rivolta ungherese del 1956) e sullo statalismo di De Gasperi e altri democristiani.

Unico nel suo genere, perché con la sua cultura cattolica cercò di combattere il mondo contemporaneo impregnato di ideologie, pochi effettivamente lo capirono a fondo: Giovanni Raboni lo etichettò come un rozzo semplificatore. Ma ad onor del vero, la sua grande cultura e la sua onestà intellettuale che mette in risalto la dimensione dello scontro ideologico riportato a un mero fatto umano, lo rende più accessibile rispetto a tanti politologi, anche contemporanei. Perché  è proprio dalla sua piccola Brescello, che con i suoi personaggi connotati dal forte senso di ironia, realismo e dissacrazione, raccontando fatti, ritualità e aneddoti che rispecchiano una civiltà, che Guareschi volle difendere e far trionfare i valori eterni dinanzi all’avanzare della globalizzazione liquida di matrice liberale e progressista, che stava permeando tutto l’Occidente e i cui effetti vediamo anche oggi.

Il prete ancorato ai suoi fedeli e i fedeli ancorati al suo prete, il cui sfondo la fanno da padrone tutti quei principi valoriali che legano saldamente una comunità da un sacro vincolo trascendentale, che travalica la semplice nozione dell’appartenere al “partito della Tradizione”, ci mostrano ancora l’Italia popolare integrale e genuina legata al cattolicesimo, rimasta integra nell’aspetto spirituale, seppur lacerata materialmente dalle ferite della guerra. Funzionale a don Camillo il comunista e sindaco Peppone, che solo per orgoglio ideologico (a proposito dell’accecamente delle ideologie…) combatte in ogni modo il suo sacerdote, per poi tornare sempre con la testa china verso il suo nemico – amico: checché ne dicano tanti progressisti e liberali nel commentare i libri e i film di don Camillo e Peppone, circa una collaborazione per il bene comune tra due persone antitetiche, Guareschi invece vuole trasmetterci un altro messaggio, ben più nobile e alto: ovvero il trionfo dell’umanità che si redime grazie alla religione cattolica in antitesi a qualsiasi ideologia. D’altronde  siamo agli ultimi ansimi di quella che fu un retaggio di una civiltà, che verrà scardinata con il boom economico prima e il ’68 poi, avvenimenti analizzati e criticati anche da PierPaolo Pasolini.

Ma soprattutto Guareschi decise di intraprendere una terza via rispetto alla dicotomia tra comunisti e anticomunisti: è cosa ormai risaputa che le lotte sanguinose si protrassero a lungo anche a guerra finita: lui, con la sua penna, oltre che all’aiuto nella realizzazione dei film di don Camillo e Peppone, decise di far trionfare la Libertà intesa nella sua accezione più nobile, effettuando una battaglia culturale. Montanelli disse di lui: “Di italiani che si impegnarono visibilmente e senza truccature in questa lotta e in questa resistenza, perché quella fu la vera resistenza e non l’altra, ce ne furono pochi. Guareschi è stato quello che ha operato di più, o perlomeno quello che ha ottenuto di più, quello che ha battuto in breccia l’avversario. È stato veramente un grande soldato della libertà e nessuno glielo vuole riconoscere, nessuno perché questo è un paese di pecore, che stanno sempre in un gregge o in un altro, ma sempre in un gregge. E quindi non possono ammettere né concepire che ci sia qualcuno che nel gregge non ci sta”.

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