Le misure anti-Covid uccidono più del virus

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Una immagine della mostra "I Macchiaioli. Capolavori dell'Italia che risorge" a Palazzo Zabarella (via Facebook)

Il comparto dell’arte e della cultura soffre le chiusure imposte dai diktat sanitari

La mascherina in faccia e lo stomaco come una morsa. Ma cosa ci stanno togliendo, questi che truffano pure sul fine pena? Ieri era l’ultimo giorno di apertura di una delle grandi mostre d’arte del momento, quella sui Macchiaioli a Palazzo Zabarella a Padova. Inaugurata il 24 ottobre, non proprio un millennio fa. Tutto organizzato e gestito in modo perfetto. Come al solito, ma questa volta di più. Il distanziamento all’entrata, l’apparecchio supersofisticato per la misurazione della temperatura. Il guardaroba soppresso. Una macchina che igienizza gli ambienti 24 ore su 24, approvata niente di meno che dal professor Crisanti. Il vincolo di un numero massimo di persone per stanza. L’addetta alle pulizie che si occupa di passare senza tregua le maniglie e i corrimano. Tutto, insomma. Aggiungici i soffitti altissimi di quella meraviglia che è un palazzo medievale. Ci stanno tonnellate di ossigeno per far perdere l’orientamento al virus cinese, lì dentro.

E invece, via a casa. Stop. I visitatori, le scolaresche che di solito arrivavano in massa con l’insegnante di storia dell’arte. Ma soprattutto le venti persone che avevano lì il loro lavoro. A casa. Piangevano, ieri. Lacrime vere, non quelle scritte sui social. L’ennesima volta nell’ultima settimana che mi imbattevo nel dolore non più contenibile di qualche persona adulta e vaccinata (dire così sembra ormai sarcasmo. Quasi tutto sembra ormai sarcasmo). L’ultima era una cinquantenne proprietaria di un piccolo negozio di abbigliamento in centro. Piangeva davanti alla vetrina con un conoscente.

Io non piangevo. Sentivo la rabbia nello stomaco. Non sapevo neanche che misura avrebbero dovuto avere le mie lacrime. Lacrime fino a? 3 dicembre? 3 gennaio? 20 febbraio? 7 marzo? Piangere per quanta umanità ci verrà strappata? Per quante cose ci avranno tolto? Per quanta vita abortita in quattro stanze di casa, ognuno con il suo dolore, il suo rimpianto indefinibile, davanti al vetro dello smartphone o al monitor del computer? A fare quella cretinata della Dad, scuola per finta, formazione fantasmatica, a fare smartworking. Finché dura, il lavoro. Perché di questo passo si rischia che le cose franino un pezzo dopo l’altro, è inevitabile.

Ci guardavamo negli occhi, sopra le mascherine che impediscono di capire se uno bello o non è bello quando te lo presentano. Le parole frenate dal bavaglio. O semplicemente impossibili da dire. Lui, l’organizzatore della mostra, una delle persone più dignitose, energiche, capaci, generose che conosca. Il nostro amico comune, altra forza della natura. E io, con la mia mascherina scema a caramella bianca e rosa. Parlavano gli occhi e dicevano tanto di più delle parole. Non so, forse era anche un po’ la tristezza che quei quadri in mostra, quando gli autori erano giovani e vivi e affidavano al pennello il loro cuore tutto intero, fossero valutati meno delle cornici. Non so. Era proprio tutto. La gente sta piangendo per tutto. I silenzi e le distanze di una vita. Le sfighe di una vita, che sembravano rimediabili finché il tempo, con le nostre microscopiche storie, continuava a scorrere.

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