L’Europa delle Patrie, non quella dei burocrati.. whatever it takes!

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Foto di Mabel Amber , Messianic Mystery Guest da Pixabay

“Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa.” Le parole del nuovo Presidente del Consiglio Draghi pronunciate nel suo discorso alle Camere non lasciano spazio a nessun tipo di equivoco. Il commissariamento della libertà di noi italiani è praticamente esplicitato senza metafore e senza citazioni di poeti dall’ex Presidente della BCE.

Il dannunziano Memento Audere Semper con il quale Sgarbi ha chiuso il suo intervento, o i versi della Divina Commedia (Ahi serva Italia, di dolore ostello) citati da Francesco Lollobrigida s’infrangono contro il pragmatismo dell’uomo del “whatever it takes”. Costi quel che costi, l’Europa dei banchieri non si tocca.

Certo che l’Europa non si tocca: quella dei Popoli, quell’Europa delle Patrie che giustamente la Meloni ha sottolineato ricordando la visione con la quale De Gaulle pensava di unire la straordinaria diversità degli stati europei. La nostra idea di Europa è confederale e vuole mantenere la sovranità degli Stati nazionali.

E’ questo il vero punto cruciale del dibattito, che anche chi stava all’opposizione fino a ieri sembra aver dimenticato: il Vecchio Continente è un nano politico e allo stesso tempo un gigante burocratico e finanziario.

Eppure una alternativa a questo progetto c’è ed è appunto quella dell’Europa delle Patrie. Perché ogni nazione ha la sua storia, la sua cultura e la sua identità ed è necessario piuttosto che a questa UE liquida e tendenzialmente senza confini si contrapponga un’Europa costruita sul senso di appartenenza alla propria comunità, che non trasformi i cittadini in sudditi debitori e le nuove generazioni in cattivi pagatori.

Certo, in una Italia capovolta, nella quale chi ha perso le elezioni detta ancora una volta le linee di governo, tutto è possibile. La Lamorgese degli sbarchi è ancora lì; Speranza, malgrado il fallimento della lotta al virus, è ancora lì; Franceschini, mentre i teatri ed i cinema continuano ad essere chiusi ed il turismo sta fallendo, è ancora lì; Orlando spinge ancora più a sinistra lavoro e politiche sociali.

In un Paese dove votare è diventata un’utopia, fare opposizione è quasi un dovere per ricordarci che forse dovremmo essere una democrazia.

E visto che ogni 20 febbraio ricorre la nascita del geniale Manifesto del Movimento Futurista di FT Marinetti, oggi come allora è giusto ricordare che il coraggio, l’audacia e la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia.

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2 Commenti

  1. Non è certo questa l’Europa sognata e sperata dai nostri padri. Se avessero potuto prevedere cosa sarebbe diventata… una congrega di grigi ragionierini che, con i loro numeretti, fanno morire i Paesi che incappano nelle loro trappole e ne vanno anche fieri. Non basta, architettano anche altre trappole, peggiori di quelle che ti rifilano gli usurai: prestiti a strozzo (lì per lì sembrano allettanti, ma poi…) per tenerti al guinzaglio con “le condizionalità” dai nomi altisonanti, MES, Reclovery Fund,…ed altre diavolerie finanziarie (mai sentito parlare di “spread”?). No, decisamente non è questa…

  2. “Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa.”
    Niente è più antidemocratico del concetto sillogistico di cui Draghi si fa alfiere. Come si fa a non capire, o, peggio ancora, far finta di non capire, che così facendo si riducono le elezioni politiche degli stati membri a mere incombenze burocratiche. Prevedendo l’alchimia vigente in Ue, quando i risultati espressi dalle cabine elettorali non sono secondo i desiderata dei satrapi di turno che a Bruxelles gozzovigliano, gli aggiustamenti di volta in volta necessari.

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