Moka: quando il gusto ha incontrato il design

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Foto CC 2.0 Nico Kaiser

Un’invenzione tutta italiana, la moka è ancora oggi considerata uno degli oggetti di design più celebri del Bel Paese. E del mondo

Inventata nel 1933 da Alfonso Bialetti, la forma ottagonale tipicamente Art Dèco della celebre macchinetta del caffè non è mai cambiata in novant’anni di storia: questo nostro oggetto di vanto estetico e tecnico è conservato in due dei più importanti musei a livello mondiale, il MoMA di New York e la Triennale di Milano.

La moka cambiò una delle abitudini più frequenti degli italiani, il caffè la mattina. Tra la fine del 1800 e i primi anni del 1900 il caffè veniva prodotto grazie a caffettiere presenti esclusivamente nei bar, oppure per mezzo di strumenti di terracotta ideati nel 1802 dal francese Descroisilles, la caffettiera all’americana e quella ad infusione.

Le prime macchine per l’espresso comparvero in Italia intorno al 1906 ma la vera rivoluzione la fece Alfonso Bialetti dando vita ad un oggetto destinato a cambiare la tradizione del caffè in tutto il mondo e con questa i momenti di socialità e compagnia che si legano a questa bevanda indispensabile.

L’azione del bere il caffè, fino ad allora limitata ai bar, con l’avvento della moka divenne un gesto casalingo, pratico e accessibile a tutti, proprio come recitava una delle più diffuse pubblicità del Carosello sulla caffettiera in alluminio: “Ci vediamo al bar! Invece sono venuti tutti a casa mia a prendere il caffè”.

Bialetti ebbe l’intuizione geniale della moka osservando sua moglie che lavava i panni all’interno della “lisciveuse”, una grossa pentola in cui l’acqua bollente risaliva attraverso un tubo per poi sciogliere la liscivia, il detersivo allora utilizzato che scendeva sui panni. La creatività che contraddistinse questo grande imprenditore italiano lo indusse a riportare il meccanismo del lavaggio dei panni anche nel progetto della caffettiera, il cui nome deriva dalla città di Mokha nello Yemen, località sul Mar Rosso nota per la produzione della miscela arabica. La moka funziona per percolazione, per cui il vapore che si genera grazie all’acqua scaldata si espande, l’acqua percola e va a formare il caffè liquido passando attraverso l’unico canale disponibile, il filtro.

Alfonso capì che per far funzionare questo meccanismo serviva l’alluminio, il materiale amato dai futuristi e grandemente utilizzato negli anni ’20 e ’30 in Italia, metallo che lui aveva imparato a lavorare in Francia e utilizzato per produrre semilavorati nella sua fabbrica di Crusinallo di Omegna, vicino al lago d’Orta: l’alluminio infatti non si ossida come il ferro e rispetto all’acciaio è molto meno costoso e conduce il calore con molta più efficienza. Così nel 1933 Bialetti iniziò la produzione della moka, che nel primo decennio dopo la sua nascita era ancora considerata un prodotto artigianale, tanto che si producevano pochi pezzi destinati ad un pubblico di nicchia. Bialetti andava di persona nelle fiere e nei mercati a presentare e vendere la sua invenzione ma il vero successo della caffettiera Made in Italy si iniziò a vedere solamente dopo il 1946. Il figlio Renato costruì una nuova industria capace di produrre fino a 18.000 pezzi al giorno creando un fatturato di 4 milioni (dell’epoca) l’anno. La moka divenne dunque un oggetto destinato alle masse grazie ad un’attenta pubblicità che vide come suo slogan il famoso omino con i due marcati baffi simili a quelli del suo fondatore.

Sulla base di un’intuizione di Renato, il fumettista Paul Campani nel 1953 creò questo piccolo personaggio che si presenta proprio con il dito alzato, pronto a ricevere un altro caffè.

Quello di Bialetti è l’esempio perfetto di come la creatività unita all’ingegno, possa far nascere un prodotto innovativo, bello e di design, che rappresenta una eclettica fusione tra la convivialità, il gusto e il genio italiani.

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