Palcoscenico da leggere. Elvira / 6. Epilogo

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elvira

Il matrimonio di Elvira, naufraga prima ancora di iniziare. La donna schifata dalla vita coniugale col marito Ercole, che le è stato imposto prepotentemente da suo padre, fugge da Milano per ritornare a Roma, sua città natale. Si porta dietro il dolore di una gravidanza interrotta per la malattia venerea contratta dal marito; ma è lo scotto per cominciare una vita nuova, nella quale si tuffa con l’entusiasmo veicolato dall’amica Lavinia, casualmente ritrovata nella Capitale. Le confidenze sono raccolte dalla sorella maggiore, Teresa, che la protegge e la sostiene. La spinta emozionale e sociale di Lavinia, finisce il 2 aprile 1887, quando presenta Elvira a D’Annunzio, in occasione di un concerto di musica. Inizia una intensa storia d’amore in cui la giovane, ignara di tutto si coinvolge completamente nelle gioie dell’intimità che le erano state precluse dal marito. Parallelamente si svolge il dramma della duchessa Maria di Gallese Altemps, moglie di D’Annunzio, abbandonata già alle soglie della gravidanza del terzo figlio. Qui a condividere tanta tristezza è la madre di D’Annunzio, cui un destino beffardo ha riservato la stessa sorte.

Il culmine della storia tra Elvira e Gabriele arriva all’estate del 1889, quando i due amanti decidono di trascorrere l’estate in una casa di campagna a S. Vito Chietino, prospiciente il mare. Sarebbe la prova generale per attuare un progetto di coabitazione, ma ostacoli materiali si frappongono tra loro. Gabriele è devastato dai debiti ed Elvira deve continuamente fronteggiare i ritorni di Ercole che la rivorrebbe con sé. Anche i genitori di Elvira propendono per questa soluzione, preferendo per la loro figlia un futuro certo e tranquillo. Seguiranno altri tre anni durante i quali le difficoltà oggettive contrasteranno la passione, con un andamento calante, pari all’umore di D’Annunzio, in verità assai poco costante in tema di affetti. Costui assediato dai debitori fuggirà a Napoli, credendo nella possibilità di una vita nuova, che invece continuerà fatalmente ad essere quella di sempre. Ad Elvira prometterà sempre amore eterno e la possibilità di un trasferimento nella città campana, ma incontrerà una principessa siciliana, già coniugata con prole, che metterà incinta e gli darà il quarto figlio, una femmina, stavolta. Elvira, delusa ed amareggiata dovrà arrendersi all’inevitabile abbandono ed alla fine di un grande amore, sottolineato da una copiosa corrispondenza, gelosamente conservata.

L’epilogo sarà oscuro. Elvira benché sola, non tornerà mai col marito, sottolineando così una determinazione a volersi rendere unica padrona del suo destino. Dopo tanta luce accecante, il suo nome cadrà nell’oblio, per la dovuta discrezione. Seguiranno due altri incontri sfortunati: con un irrequieto pittore viennese e con una figlia adottiva, Adriana, da cui sarà abbandonata. Scriverà a D’Annunzio altre due volte; l’ultima alla viglia della Grande Guerra, ma senza però ricevere risposta. Verrà ricordata nell’ultimo libro scritto dal poeta, come il prezioso ricordo di un passato intenso. Gabriele cercherà ripetutamente di recuperare le oltre mille lettere che le aveva scritto, senza riuscirci per la ferma volontà di Elvira. Poi lentamente la discesa verso la fine. Il ricovero presso un Istituto di suore e la morte in solitudine nel 1949 ad 87 anni. Ma la sua storia continua incredibilmente anche dopo la morte. Nel 1959 un gruppo di studiosi e di suoi sostenitori, per salvare i suoi resti e non farli finire all’anonimo Ossario, fa una colletta per una tomba autonoma presso il cimitero romano del Verano, ove riposa fino all’inizio di questo secolo. Nel frattempo un intraprendente notaio cassinate ha acquistato la casina di campagna a S. Vito, quella dell’estate del 1889. così celebrata nel romanzo IL TRIONFO DELLA MORTE, ne ha fatto una sorta di santuario commemorativo ed intende portarci i resti di Elvira. Realizzerà, dopo numerose difficoltà burocratiche, un ipogeo nel giardino, ove oggi riposa per la posterità.

Buona lettura.

Buio. Poi luce. E’ passato oltre un anno. I coniugi Leoni spariscono per far posto alla moglie di D’Annunzio ed a sua suocera. Il salotto ipotetico stavolta è quello di casa D’Annunzio a Pescara. Compare una foto di Pescara alla fine dell’Ottocento e poi una scritta.

Settembre 1890

Pescara, corso Gabriele Manthonè. Casa D’Annunzio

DONNA LUISETTA: Maria bella, come stai?

MARIA: Bene, mammà. Mi sono ristabilita.      

DONNA LUISETTA: Ma insomma, si può sapere che è successo? Gabriele mi ha detto che vi siete divisi. Che te ne sei andata coi bambini per conto tuo. Gli ho chiesto notizie ma è stato piuttosto vago…

MARIA: Lasciate stare. Dopo l’incidente…

DONNA LUISETTA: … che incidente..?

MARIA: Gabriele non vi ha detto niente?

DONNA LUISETTA: Nessuno mi dice mai niente. Mi tengono all’oscuro di tutto.

MARIA. Ai primi di Giugno scorso…

DONNA LUISETTA: Tre mesi fa…

MARIA: Appunto. Stavo pulendo le tende quando ho perso l’equilibrio. La finestra era aperta per il caldo e sono caduta di sotto come una povera scema. Meno male che siamo al primo piano e la distanza da terra non era tanta. Altrimenti…

DONNA LUISETTA: Oddio! Chissà che spavento…

MARIA: Potete ben dirlo. Ma non ho fatto nemmeno in tempo ad accorgermene.

DONNA LUISETTA: Ma è stato un capogiro?

MARIA: E’ stata una giornata difficile, mammà.

DONNA LUISETTA: Eh, ma ti sei fatta male, immagino…

MARIA: Un po’ di escoriazioni. Dieci giorni d’ospedale. La gamba, piuttosto. Mi fa ancora male, specie certi giorni… ma ora riesco a camminare bene.

DONNA LUISETTA: Gabriele non mi aveva detto niente.

MARIA: Lo avrà fatto per non darvi altri pensieri, più di quelli che avete.

DONNA LUISETTA: Mi ha scritto. E’ a Faenza. Adesso anche questa disgrazia del servizio militare. E non è stato possibile evitarlo. Abbiamo smosso tutte le conoscenze che avevamo, ma non c’è stato verso. Gabriele è distrutto. Lo scorso anno è stato qui da Michetti, a Francavilla, per un bel po’. Ma io non l’ho visto che poche volte e sempre brevemente.

MARIA: Beata voi che lo avete visto poche volte. Noi abbiamo dimenticato che faccia abbia.

DONNA LUISETTA: Il suo romanzo sta andando bene e ne sta scrivendo un altro. Michetti è forastico, ma gli vuole bene e lo protegge. Pensa che lì, al suo Convento, possa trovare la pace e la serenità necessaria per scrivere  le sue opere.

MARIA: Mammà, Gabriele ha trascorso l’estate passata a S. Vito in una casa di contadini.

DONNA LUISETTA: S. Vito? Vicino Ortona, il paese mio…? E che ci faceva a S. Vito?

MARIA: Stava intanato con la sua trasteverina.

DONNA LUISETTA: Quella Barbara?

MARIA: Barbara – Elvira. Una specie di luna di miele. E noi a Roma in mezzo a mille difficoltà.

DONNA LUISETTA: Allora non era vero che stava da Michetti…

MARIA: C’è stato. Ma siccome non ne poteva più di stare solo, ha fatto in modo che lei lo raggiungesse. Michetti gli ha trovato il nido d’amore e ci sono rimasti per un mese e mezzo. Come marito e moglie, mammà! Capite lo schifo? Noi in mezzo agli uscieri, ai messi del Tribunale, che portavano via i mobili sequestrati. Una vergogna! Ci hanno visto tutti…e Lui, intanato con quella puttana a sbaciucchiarsi e fornicare alla faccia mia e di quel cornuto del marito!

DONNA LUISETTA: Oh, Signore… ( e si fa il segno della croce). Allora la tresca continua?

MARIA: E’ un grande amore, mammà! Ormai sono tre anni che va avanti.

DONNA LUISETTA: E dunque tutti i progetti perchè questa cosa turpe si interrompa, si annullano?

MARIA: Io sono stanca mammà. Stanca e delusa. Vengo trattata come la peggiore delle donne alla quale non si riserva il minimo rispetto. Appena uscita dall’Ospedale, il tempo di rimettermi, ed ho deciso. Ho preso con mamma mia un appartamento a Piazza di Spagna e mi ci sono trasferita coi figli.

DONNA LUISETTA: E Gabriele?

MARIA: Intanto deve finire il servizio militare. Ma so che ha preso un appartamentino a via Gregoriana. E’ li che si incontra con la sua bella. 

DONNA LUISETTA: Adesso ci parlo io! Basta già suo padre a fare cose di cui vergognarsi, non c’è bisogno che le faccia anche lui!

MARIA: Lasciate stare. Io ne ho abbastanza e mi pare d’aver sopportato anche troppo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata proprio il giorno della caduta.

DONNA LUISETTA: Avete litigato?

MARIA: Camminavo per arrivare a casa, tenendo Ugo per mano. Ho visto mio padre da lontano. Era tanto tempo che non ci incontravamo. Lui ce l’ha con me per il matrimonio che non ha mai accettato.

DONNA LUISETTA: Sì, lo so ed è un dolore al cuore.

MARIA: Avevo un gran bisogno di essere capita e consolata da lui, mammà. Io gli voglio bene e non sono mai riuscita a dirglielo. Ho lasciato che il piccolo gli corresse incontro, sperando di muoverlo a compassione. Non lo conosceva ancora.

DONNA LUISETTA: E lui?

 MARIA: Lo ha scansato malamente. Quindi rivolto a me che li avevo nel frattempo raggiunti Chi siete? Che volete? Io non vi conosco!

DONNA LUISETTA: Madonna santissima…che uomo senza cuore…

MARIA: Sono scoppiata a piangere. Mi sono sentita sola, abbandonata. Il piccolo mi vedeva singhiozzare, si era spaventato, ha cominciato a strillare e non c’era verso di calmarlo. Sono entrata in casa in preda alla disperazione. Poco dopo è arrivato Gabriele che mi ha visto in quello stato…

DONNA LUISETTA: … e che ha fatto..?

MARIA: Una furia! Mi ha aggredito insultandomi. Diceva di essere pienamente al corrente di una mia relazione col giornalista Vincenzo Morello, peraltro pure amico suo…

DONNA LUISETTA: Ma tu lo conosci, questo Morello?

MARIA: Certo che lo conosco. Lavora al giornale con Gabriele. Ma non c’è stato mai niente con lui, tranne una cortese e rispettosa amicizia.

DONNA LUISETTA: Sarà stata qualche lingua velenosa, che gli ha insinuato il sospetto.

MARIA: Mammà, a me le lingue velenose mi avvertono da anni di tutti i tradimenti di Gabriele. E non sono solo chiacchiere. Malgrado ciò sono rimasta al posto mio. Buona e paziente. Nonostante mi sia costato la vergogna con tutti gli amici che mi ridono dietro e con mio padre che non vuole più vedermi. Eravamo una famiglia importante; la più in vista di Roma e ora siamo nel fango. E adesso, dopo tre anni che se ne va in giro con quella puttana della trasteverina, proclamando ai quattro venti un amore incontenibile, mi devo sentire pure accusata di schifezze che non mi sono mai sognata di fare? Sapete che vi dico, mammà? Che avrei fatto bene a rendergli pan per focaccia! E nessuno mi avrebbe potuto criticare.

DONNA LUISETTA: Devo palare con mio figlio. Io sono la sola in grado di farlo rinsavire.

MARIA: Quella mattina ne è nata una lite furibonda. Io non mi sono tenuta più nulla dentro. Gli ho gridato in faccia quanto fosse infame. Tutto quello che stavamo passando. Il dissesto familiare. La rovina dei sequestri e pignoramenti, di cui lui non si cura nemmeno. Tutti i tradimenti. Che se la sposasse la sua trasteverina. Che andassero a vivere insieme, basta che ci lasciasse in pace.

DONNA LUISETTA: E lui?

MARIA: Ha negato. Come fa sempre, perché è un vigliacco. Ma io gli ho detto che sapevo tutto. I bigliettini amorosi che ho trovato nelle tasche dei pantaloni, L’estate dello scorso anno trascorsa a San Vito con lei. Due mesi! E noi – io e i suoi figli – che stavamo qui a Roma a combattere per la sopravvivenza, mentre lui era in luna di miele..

DONNA LUISETTA: Ma Mario e Gabriellino hanno sentito tutto?

MARIA: Erano da mia madre, per fortuna. Ugo continuava a piangere perché ci vedeva litigare, urlare ed era spaventato.

DONNA LUISETTA: Povera creatura.

MARIA: Ad un certo punto Gabriele mi ha gridato che Ugo è sicuramente figlio di Vincenzo Morello e non suo. E che io gliel’ho imposto con la frode. Una Cattiveria troppo grande. Non ci ho visto più. Ero vicino alla tenda e mi sono risvegliata in ospedale.

DONNA LUISETTA: Adesso capisco tutto.

Buio. La scena resta vuota. Al centro solo Elvira illuminata da un corpo di luce che piano piano si restringe

 ELVIRA: Di quell’estate, l’estate del 1889, la vacanza che trascorremmo insieme a S. Vito Chietino, Gabriele ne fece un romanzo: Il Trionfo della Morte.

Compare la foto de L’Eremo Dannunziano, a San Vito

Ha avuto il cattivo gusto di pubblicare tutto quello che abbiamo fatto, giorno per giorno. Impietosamente. Persino fotografando i miei difetti, come la pagina in cui descrive i miei piedi brutti, bruttissimi, con le dita storte, da donna volgare, senza chiedermi il permesso. E tutti sapevano che Ippolita Sanzio, la protagonista del romanzo, ero io.

Non è tornato dalla moglie e io ho definitivamente abbandonato Ercole, ma non c’è stato futuro per noi due. Inseguito da creditori famelici che lo avevano spolpato vivo, Gabriele scappò da Roma per rifugiarsi dal solito Michetti a Francavilla e poi a Napoli per tentare di rifarsi una vita, che però gli venne uguale a quella che aveva abbandonato. Segno che era incapace di cambiare.

Io, in mezzo a tante angustie, avevo sperato di vivere con lui. Me lo aveva fatto credere. E invece un giorno scoprii che aveva messo incinta una principessa siciliana e che il dovere di gentiluomo lo obbligava a prendersi le sue responsabilità. Quelle verso di me, naturalmente, non contavano.

Ci lasciammo in un tristissimo novembre a Roma,; un pomeriggio piovoso che mi confondeva le lacrime. Una fine davvero ingloriosa per un amore che era stato immenso.

Mi ha richiesto indietro, non so più quante volte, le lettere che mi aveva scritto e che conservavo gelosamente. Non ho mai ceduto. Non se le meritava. Poi l’oblio, per cercare di far dimenticare a tutti la mia persona, anche a quella cerchia di amici famosi che mi conoscevano e mi ammiravano,. Mentre la stella di Gabriele, scintillava nel firmamento della Storia.

La luce su di lei si stringe ancor di più

Sono morta in un giorno di aprile del 1949. Avevo 87 anni e due guerre sulle spalle. Me ne sono andata da sola. Pochissima gente in chiesa. Mi hanno sepolta al Verano, a Roma, in una minuscola tomba.

Le lettere che Gabriele D’Annunzio mi aveva scritto, dal 1887 al 1892, più di mille, le hanno pubblicate e sono diventata famosa tra gli studiosi. E allora la mia storia è diventata di dominio pubblico

La luce su di lei si stringe ancora

I miei resti sarebbero finiti all’ossario se un gruppo di dannunziani, non avesse compiuto un gesto nobile e pietoso: riportarmi a San Vito, davanti quella casa che mi vide trascorrere giorni felici con Gabriele, in quell’estate del 1889. E li giaccio. In un pezzettino di firmamento della Storia.

Foto della tomba di Elvira davanti l’eremo dannunziano.    

Buio.

Fine.

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