Ascendente Cancro. Parte terza

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Il meccanismo che emerge da questa puntata è lo strano rapporto tra le organizzazioni eversive e i poteri occulti dello Stato. E’ appunto la base della strategia della tensione. Non si scopre una cosa nuova. Diciamo che i Sevizi hanno largamente utilizzato gruppi extra parlamentari anche di segno opposto, quando non organizzazioni squisitamente criminali, per commissionare loro il lavoro sporco di attentati, stragi e omicidi ad personam, allo scopo di mantenere in vita il Potere “legittimamente costituito”. Quasi trent’anni (dal 1962 – omicidio Mattei – alla caduta del Muro di Berlino) ci sono costati, con una cadenza matematica, una serie di atti delittuosi per mantenere intatto il sistema politico italiano, prima che esso venisse travolto dalla stagione di Mani Pulite (e poi rinato sotto altre forme). Il fine era quello di creare  artificialmente una destabilizzazione sociale realizzando una certezza di pericolo, affinché emergesse chiara la necessità di difendere la democrazia e l’esistenza di una legittimità, minacciate entrambe da sconvolgimenti elettorali. Quindi un presupposto politico.

Non solo tutto questo non poteva essere rivelato, per l’abnormità dell’intento, ma non era nemmeno reso noto agli operatori diretti: alle forze di polizia, ma anche agli eversivi stessi, che credevano di perseguire un disegno e ne realizzavano, ovvero aiutavano a realizzarne, un altro, diverso. Come nel caso descritto da Mirko al maresciallo De Cataldo, quando parla dell’attentato “ guidato” al giudice Ricciardi, fulcro di questa storia. Bene. C’è ora da chiedersi: questa turpe manovalanza, cosa chiedeva in cambio? Una controprestazione doveva pur esserci stata per accollarsi le conseguenze di atti sanguinari, che provocavano, sì, la riprovazione sociale, ma non un’azione conoscitiva del fenomeno nel dettaglio e tantomeno l’individuazione completa di esecutori e mandanti, con le relative conseguenze. Finirono per farne le spese figure marginali, rispetto alla reale responsabilità di quelle nefandezze. Nessuno aveva avvertito le Forze dell’ordine che all’interno dello Stato stesso esisteva un altro Stato che guidava e governava quelle azioni militari. E, per contro, nessuno aveva avvertito brigatisti o comunque eversivi che appartenevano a cellule clandestine, che stavano agendo per conto di quel sistema che intendevano abbattere a colpi di mitra e di rivendicazioni politiche. E alla fine è stato un tutto contro tutti.

Il nostro protagonista, assalito da dubbi, ora realizza di aver speso gran parte della sua vita credendo in ideali che il gruppo cui apparteneva in realtà non perseguiva e che tutta la detenzione in carcere e i lutti come quello della compagna Mara, non avevano più alcuna ragione di essere giustificati e rivendicati da un motivo superiore. Si era aperta la via alla dissociazione ed al pentitismo. Fenomeni a tratti spontanei, ma molto più frequentemente, guidati con maestria, per risolvere processualmente una difficile posizione e premiare i responsabili che avevano reso un favore alla causa occulta. Carcerazioni privilegiate e sconti di pena sono stati gli effetti assicurati a questi strani servitori dello Stato. Almeno quelli apparenti. Perché in realtà andava loro assicurata l’esistenza di un futuro senza alcuna preoccupazione dopo la loro scarcerazione. E su questo argomento il buio diventa pesto.

Andava comunque recuperata la figura degli agenti caduti e posti in un forzato dimenticatoio. I morti collaterali negli attentati in cui veniva coinvolto un personaggio politico ridondante o un magistrato, contavano meno nella memoria popolare e non restituivano un’indignazione eclatante, oltre il tempo immediatamente prossimo all’azione eseguita, necessaria per consolidare il consenso minacciato. I tre morti della nostra storia ( il maresciallo Ingrò, i carabinieri Cubeddu ed Esposito), la scorta del Giudice Ricciardi, sono destinati ad un immeritato oblio ed hanno bisogno di una loro vigorosa difesa e rivalutazione. Come tutti gli altri di cui, nella realtà, non si ricorda nemmeno il nome.

Il nerbo del racconto è questo.

Ascendente Cancro. Parte terza

ANTONIO: Come va con la vicina..?

MIRKO: Dovrebbe saperlo bene. Visto che mi spia e si intrufola in casa quando non ci sono…

ANTONIO: Sono tuo cugino… Un parente stretto.

MIRKO: Ridicolo.

ANTONIO: Avresti preferito che gli dicessi chi sono veramente?

MIRKO: Avrei preferito che non vi foste incontrati proprio. Avrei preferito che non

mi spiasse in casa…

ANTONIO: Claudio, forse non ti è chiara la situazione. Ma tu credi che con

l’omicidio del giudice e della scorta e la militanza nella banda armata, avresti potuto

ottenere il beneficio del programma, dopo appena 15 anni di carcere, in sede non

disagiata e con condizioni di detenzione sempre speciali?

MIRKO: Ho avuto un buon avvocato.

ANTONIO: E certo.

MIRKO: Ho fatto i nomi di tutti i miei compagni ed ho permesso il loro arresto. Certi

“favori” me li sono guadagnati

ANTONIO: A me gli infami fanno schifo. Hai fatto tutti nomi che conoscevamo.

MIRKO: Peccato però che al processo, se non avessi confermato, non avreste avuto

prove per condannarli…Ne parli con Procuratore Fanti e poi vediamo che dice.

ANTONIO: Dice che ti devo tenere da conto. Ci sono molti tuoi ex amici che ti

ammazzerebbero volentieri.

MIRKO Ci hanno già provato due volte

ANTONIO: E hai avuto un gran culo, Claudio. A Milano c’è mancato un pelo che ci

riuscissero…

MIRKO: Non erano compagni, quelli di Milano…

ANTONIO: Ah, no? Ma guarda un po’…

MIRKO: Erano i vostri…

ANTONIO: Sei una lurida merda! Ci godi a spargere veleno…

MIRKO: Io i miei li conosco, anche se sono fuori del giro. Quelli di Milano erano

altri. Non mi sbaglio.

ANTONIO: E certo! Abbiamo fatto un casino per tirati fuori da galera, abbiamo

creato persino prove false, ce lo rimangiavamo tutto, facendoti ammazzare con il

manico di un spazzolino da dentifricio appena appuntito… Ma io a quegli stronzi gli

avrei prestato la pistola d’ordinanza, così non sbagliavano e invece di bucarti le

budella ti scaricavano un caricatore in faccia…

MIRKO: Lei lo sa che c’è un filone di indagine che non è stato proseguito.

Volontariamente.

ANTONIO: Cazzate….

MIRKO: Qualche giorno prima dell’agguato ci diedero tutte le informazioni sul

Giudice Ricciardi e sul percorso della scorta, che proprio quel giorno era cambiato.

ANTONIO: E allora?

MIRKO: Chi aveva dato l’informazione?

ANTONIO: Non lo so. Dimmelo tu.

MIRKO: L’informazione proveniva dall’ufficio del procuratore.

ANTONIO: Sono tue supposizioni. Siete arrivati a conoscere tutto, figuriamoci se

non eravate in grado di conoscere le abitudini di Ricciardi e i percorsi della scorta. E

poi se avevi da fare tutte queste rivelazioni, perché non le hai dette al Giudice Fanti,

che seguiva l’inchiesta?

MIRKO: Lei sa bene che mi è stato tassativamente proibito di parlare di questo

argomento. Lo hanno ritenuto superfluo e dannoso se dato in pasto alla Stampa che

avrebbe così avuto nuovi argomenti contro Magistratura e polizia.

ANTONIO: Ti è stato detto di non parlarne perché è stata ampiamente verificata

l’infondatezza di questi sospetti. Io non ti permetto di spargere immondizia sui miei

colleghi. Simone e Gianfranco li conoscevo. E sono morti ammazzati da voi, per fare

il loro dovere. L’unica soddisfazione che il maresciallo Ingrò ha fatto in tempo,

prima di crepare, ad ammazzare Mara. Ha lasciato due figlie, maledetto stronzo!

MIRKO: A lei non resta il sospetto?

ANTONIO: E a te non resta il rimorso per quegli omicidi inutili?

MIRKO: La nostra azione aveva una logica.

ANTONIO: E certo: “Colpirne uno per educarne cento!”. Bel cazzo di argomento…

Chi avete educato? Non solo non avete convinto nessuno, ma avete avuto l’opinione

pubblica contro. Immediatamente. Nessuno vi ha seguito. E’ stato tutto inutile

Claudio. Un fallimento completo. A rimetterci sono stati solo i morti e le loro

famiglie.

MIRKO: Io avrei interesse a sapere – tutti – da che parte stanno.

ANTONIO: Senti Claudio, parla chiaro con me. Se hai da fare accuse dirette, nomi,

fatti, ok. Io ci sto. Ma non mi dire stronzate generiche e cose che non si possono

riscontrare.

MIRKO: Chi c’era nella squadra di Ricciardi?

ANTONIO: C’era un sacco di gente

MIRKO: Quanti collaboratori stretti?

ANTONIO: Troppi pure quelli. La scorta, il personale di Cancelleria, polizia, guardia

di finanza. Nessuna talpa. Tutti super controllati

MIRKO: Pure voi Carabinieri?

ANTONIO: Noi per primi.

MIRKO: Anche chi dava ordini al capo scorta?

ANTONIO: Tutti hanno detto che il Maresciallo Ingrò era una persona onestissima.

MIRKO: Non faccia finta di non capire. Non era Ingrò che decideva il percorso della

scorta.

ANTONIO: Ma tu che cazzo ne sai?

MIRKO: A Mara, quella mattina, arrivò una telefonata. Brevissima. Telegrafica. Ci

indicava la via e l’ora in cui la macchina sarebbe giunta. Noi invece c’eravamo

preparati per un altro percorso, uno dei tre soliti.

ANTONIO: Sarà stato uno dei vostri…

MIRKO: No. Discutemmo a lungo. Mara credeva che fosse un depistaggio.

Andammo all’appuntamento molto scettici, convinti che avremmo fatto un buco

nell’acqua e che avremmo dovuto rimandare l’azione. E invece…

ANTONIO: Avreste rimandato la strage di qualche giorno, Che cambiava?

MIRKO: Ah, niente, certo. Peccato però che il Giudice Ricciardi avrebbe dovuto

depositare atti e documenti importanti, il giorno dopo. Li teneva nella sua borsa, che

è sparita.

ANTONIO: L’avete presa voi.

MIRKO: La borsa l’aveva presa Mara e la stava portando via, quando il Maresciallo

Ingrò le ha sparato. Noi eravamo già in macchina, siamo scappati senza recuperarla.

Ma della borsa e dei documenti non si sa più nulla.

ANTONIO: Tutto questo discorso per dire cosa?

MIRKO: Che il Giudice Ricciardi andava ucciso quel giorno. Dopo sarebbe stato

inutile. Siamo stati usati.

ANTONIO: Questo è un film per la TV. E’ tutta aria fritta.

MIRKO: Contro chi era il processo del giorno dopo?

ANTONIO: Il Giudice Fanti, ha avuto in mano l’inchiesta ed ha verificato tutto.

MIRKO: E allora perché non se n’è parlato al processo? Che ci voleva a verificare

che il giorno dopo Ricciardi era P.M. nel crack di Palombi in cui era coinvolto mezzo

Parlamento? Che Palombi è stato poi assolto proprio perché non si è riusciti a

individuare le responsabilità sue e dei suoi occulti mandanti?

ANTONIO: Fai tante belle chiacchiere, Claudio. Ma resta il fatto che tu e i tuoi amici

avete ucciso freddamente quattro persone: Ricciardi, i due carabinieri e il

Maresciallo Ingrò. Se fosse vero quello che dici, non solo sarebbe stato inutile, ma

avreste fatto un favore, non so bene a chi.

MIRKO: Alla fine non ci capisci più niente. Io credevo che fossi parte di una

struttura e poi mi sono accorto che ero solo una pedina; una pedina di un disegno

diverso e più grande. E allora meglio mollare tutto.

ANTONIO: Un po’ tardi. ( squilla il suo cellulare) Giordani? Sì, sto scendendo.

Compare Mara. Mirko ha un moto di stizza, che non è visto da Antonio, girato di spalle, sempre al

telefono. Mara passa e sfiora la testa di Antonio, il quale si tocca il punto dove è stato sfiorato.

Quindi si gira, ma ovviamente non la può vedere.

MIRKO: Sempre qui mi trova. (De Cataldo esce. Mirko siede sulla sedia. Quindi rivolto a

Mara) Vattene via. De Cataldo potrebbe ritornare subito.

MARA: Tanto non mi vedrebbe

MIRKO: Sì, ma mi rendi nervoso.

MARA: Sangue freddo ci vuole.

MIRKO: Non ne posso più. Di questa storia del Giudice Ricciardi non mi libererò

mai

MARA: Ricciardi era un porco. Aveva messo sotto torchio un sacco di noi. Con le

sue indagini rischiava di far saltare la copertura di tutta la nostra cellula. Dovevamo

ammazzarlo.

MIRKO: Io non sono mai stato d’accordo.

MARA: Oh sì, ne abbiamo discusso. Decisione all’unanimità.

MIRKO: Tu nei hai discusso. Con gli altri. Io sono stato zitto

MARA: Sei restato zitto perché era una sentenza ineluttabile.

MIRKO: Ma chi siamo noi, Mara, per emettere sentenze di morte? In nome di chi?

MARA: Del popolo

MIRKO: Non è vero. E lo sai.

MARA: I servi del regime vanno eliminati

MIRKO: Quattro disgraziati che non c’entravano nulla…

MARA: La pietà è un lusso borghese che i combattenti non si possono permettere.

MIRKO: Mara, siamo stati usati. Me ne sono accorto dopo. Chi c’era dietro?

MARA: Nessuno. Mi davano ordini e io eseguivo

MIRKO: La telefonata che hai ricevuto… poche ore prima che partisse l’azione…

MARA: Anche io avevo dubbi, ma l’informazione si è rivelata esatta

MIRKO: Era esatta, proprio perché non volevano che sbagliassimo. Siamo stati i

sicari per conto di altri. ( pausa ) Hanno tentato di uccidermi in carcere

MARA: Lo so

MIRKO: E non dici niente?

MARA: Sono morta anch’io. E’ un rischio che sapevamo di correre

MIRKO: È stato straziante vederti a terra piena di sangue. Cercavo di portarti via

dentro la macchina e i compagni mi hanno strattonato e spinto dentro a forza.

MARA: Avresti dovuto prendere la borsa che conteneva i documenti di Ricciardi.

Così ci era stato chiesto.

MIRKO: Ma io mi preoccupavo per te, cazzo! Non lo capisci?

MARA: Il vantaggio dell’azione è la lucidità. Gli altri hanno capito subito che ero

morta. Il Maresciallo Ingrò ha avuto buona mira. Non serviva a niente recuperare il

mio corpo.

MIRKO: Serviva a me… serviva a me!! Ho scaricato la pistola contro Ingrò mentre

urlavo di dolore!

MARA: Senza prendere la borsa.

MIRKO: (urlando) Sai quanto cazzo me ne fregava della borsa in quel momento?

MARA: Lo vedi? Non hai lucidità, ti fai sopraffare dalle tue emozioni…

MIRKO: Perché ogni volta che facciamo questi incontri, mi lasci la netta sensazione

che parlarti sia inutile?

MARA: Perché parli alla tua coscienza. Argomenti tutto ed il suo contrario. Chi vede

entrambi i lati di un problema, non può trovare mai la soluzione.

MIRKO: A volte penso che se ti incontrassi nell’aldilà ci parleremmo differente.

MARA: Devi prima morire, però. Ti aspetto. Senza fretta.

Antonio compare in scena

ANTONIO: Parli da solo?

MIRKO: Un po’ di nervosismo.

MARA: Stai attento.

MIRKO: ( rivolto a Mara) Basta adesso!

ANTONIO: Che c’è, hai perduto tutto il tuo sangue freddo? Hai bisogno di sfogarti?

Vuoi parlare? Io sono qui e ti ascolto.

MARA: Ci mancherebbe che ti mettessi a parlare con questo cretino…

MIRKO: ( rivolto a Mara) Ma di che? Io non so niente!

ANTONIO: Stai calmo, Claudio.

Mara esce di scena. Suonano alla porta

ANTONIO: Ti è arrivata la cena?

ANNA: (Irrompendo in scena col suo solito travolgente entusiasmo, seguita da Mirko) Oh, meno

male. Avevo una fame… ( vedendo Antonio) Ah, ci sei anche tu?

ANTONIO: Disturbo?

ANNA: Direi proprio di sì.

MIRKO: Anna…

ANNA: Eh scusa, Mirko, questo è un cafone maleducato! Sarà pure tuo cugino, ma

nessuno mi obbliga ad essere cordiale con chi non lo merita! ( Mirko fa come per

intervenire)

ANTONIO: Lascia stare Mirko. La signora ha ragione. E’ che la sincerità e la

schiettezza non pagano molto.

MIRKO: Finitela tutti e due! Ora Antonio se ne va perché abbiamo parlato di quel

che ci premeva e cerchiamo di vivere una vita più serena possibile.

ANTONIO: Ma perché? Cugino Mirko, io vorrei spiegarmi e nel caso scusarmi per il

comportamento di ieri.

ANNA: Veramente cafone…

ANTONIO: Questione di punti di vista. Non apprezzi la sincerità? Tu mi deludi,

“signoradellaportaccanto”…

MIRKO: Si chiama Anna.

ANNA: Lo sa. Mi sono presentata.

ANTONIO: Facciamo pace? Non avevo intenzione di essere scortese, ma tu eri come

un fiume in piena.

ANNA: Io sono fatta così.

ANTONIO: Lui ( rivolto a Mirko) ti conosce. A me devi dare tempo.

MIRKO: Veramente…

ANNA: Con Mirko ci frequentiamo da un paio di giorni. Ma lui non è cafone. Un

orso, semmai. Vabbè, dai. Parentesi chiusa. Preparo la cena per tutti e tre?

MIRKO: No, Antonio è di servizio. Stava andando via. ( e fissa Antonio)

ANTONIO: Che hai preparato? ( resiste allo sguardo di Mirko)

ANNA: Piatto arabo. Cous Cous di verdure e carne. Con tutte le spezie che ci

vogliono, eh! Veramente buono. C’è tutto dentro. Primo, secondo e contorno. Con un

colpo solo mangi una cena completa. Comodo per cucinare ed anche per lavare

l’unica pentola. Una figata, no? A me esce bene tutto; che ci posso fare?

ANTONIO: ( c.s.) L’altra volta pollo con le mandorle, alla cinese. Ora il Cous cous

arabo. Ma una cosa nostrana, mai?

MIRKO: ( c.s.) Il cugino Antonio ha gusti semplici. E’ abituato in caserma… E poi

stava andando via…

ANTONIO: ( c.s.) Io questo Cous cous lo assaggerei…

MIRKO: ( visto che è inutile resistere cede alla prepotenza di Antonio) Ma tua figlia?

ANNA: Blu è voluta rimanere dai nonni. La viziano, ma è la loro unica nipote e lei si

fa viziare. Sono sola. Senti Antonio, il Cous cous è un po’ piccante. Ti va bene lo

stesso?

ANTONIO: I miei erano di Crotone. Ho sangue calabro…

ANNA: Ah! Allora… A te ( rivolta a Mirko) nemmeno lo chiedo. Tanto tu ingoi

qualsiasi cosa, senza nemmeno distinguere i sapori… E’ superiore, lui. Vado a

prendere la pentola.

ed esce

MIRKO: Ma che l’è saltato in testa? Rimanere a cena…

ANTONIO: Stai buono! Non si può essere scortesi. Una buona cena, in famiglia. Del

resto siamo cugini. Facciamo un po’ di conoscenza con la tua premurosa vicina di

casa.

MIRKO: Guardi che quella è una mitragliatrice umana. Fa una raffica di domande

senza nemmeno aspettare le risposte.

ANTONIO: E noi risponderemo. Anzi parlo io. Tu annuisci.

Anna rientra con la pentola del condimento del Cous cous

ANNA: Ecco qui. E’ ancora calda. Ora prepariamo la tavola. Mirko, per favore,

metti l’acqua a bollire. ( Mirko, va verso la cucina) Dove posso trovare una tovaglia?

MIRKO (f.s.) ,Non ho tovaglie, solo tovagliette. Sono nel primo cassetto.

ANNA: …La casa di un uomo solo…( prende le tovagliette e le dispone sul tavolo).

ANTONIO: Però è funzionale.

ANNA: Io amo la casa in ordine. Mi piace che tutto sia al suo posto. Ci tengo; non

mi piace la confusione e il pressapochismo degli uomini. Sono difetti che correggerei

da subito. Meno male che mi è nata una femmina. ( rivolta verso la cucina) E i bicchieri?

MIRKO: ( comparendo coi bicchieri di carta in mano) Eccoli.

ANNA: Cazzarola! Sono di carta…

ANTONIO: Ci dobbiamo solo bere.

ANNA: E cosa? Che hai da metterci dentro?

MIRKO: Mi dispiace. Non ho nulla in casa…

ANNA: Che ti dicevo? Non mi sbaglio mai. Vergine, ascendente Cancro.

MIRKO: Sono astemio. Non bevo vino.

ANNA: Questo è il lato del Cancro.

ANTONIO: Scendo un attimo e vado a comprare una bottiglia

ANNA: Ma no. Vado di là e prendo qualcosa da me. Che desolazione… Forse era

meglio cenare in casa mia.

ed esce di scena.

MIRKO: Che scelta cretina… Trovi il modo di andarsene.

ANTONIO: Ma perché? E’ divertente in fondo. E poi meglio la compagnia di una

donna, ( si accerta che non sia presente) anche non troppo intelligente, piuttosto che la

solitudine … o certi uomini noiosi.

MIRKO: Non mi piace, questa faccenda…

ANTONIO: Chi se ne frega! Ti adegui.

Anna rientra con una bottiglia di vino.

ANNA: Ecco qui. Avevo lasciato la porta aperta. Questa è una buona bottiglia.

Bianco, bello fresco. Va bene?

ANTONIO: Ottima scelta! Mi occupo io di aprirla. Cugino Mirko, dammi un apribottiglie.

MIRKO: Non ce l’ho. Ve l’ho detto. Non bevo.

ANNA: E ti pareva? Aspettate che vado a prenderlo a casa…

ANTONIO: Stai ferma lì, donna! Vediamo di rimediare a questo squallido padrone di

casa. Ecco qui. (Tira fuori dalla tasca il coltello multiuso in cui c’è anche il cavatappi)

ANNA: Guadagni punti, cugino Antonio. Bolle l’acqua? Se è calda versiamo il Cous

cous e mangiamo.

ANTONIO: Ottima idea. Tieni ( e le versa vino nel bicchiere), intanto, bevi.

ANNA: Cazzarola, cugino Antonio. Mi sei quasi simpatico. Mirko, dà un occhiata

all’acqua, se bolle.

MIRKO: ( controllando il pacchetto) Ho finito le sigarette.

ANTONIO: Io non fumo…

ANNA: Nemmeno io… Non fumi. Ti fa bene.

MIRKO: Ma che scherziamo? Posso anche diventare scemo. Faccio un salto giù. C’è

un distributore automatico nella piazza.

ANNA: Sbrigati, aspettiamo te per cuocere il Cous cous. E’ quello istantaneo. Tre

minuti ed è pronto.

MIRKO: Volo.

ed esce

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