Quel complotto dell’alta finanza che annientò il Pentapartito

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Contestazione a Craxi, 30 aprile 1993, ph. Luciano del Castillo. Fotografia scattata in Italia - pubblico dominio

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E’ giunto il tempo di affidare agli storici la sciagurata stagione che va sotto il nome di Mani Pulite che annientò quel Pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) che aveva vinto la battaglia della Storia contro il Partito Comunista. Affidare loro quella stagione non significa però non cristallizzare i fatti conosciuti e meno conosciuti in modo tale da offrire gli elementi su cui costruire la verità ed individuare le responsabilità di ciascuno. Partiamo dall’anno precedente il febbraio 1992, quando fu arrestato Mario Chiesa ed iniziò la mattanza.

Nel marzo del 1991 mi venne a trovare al Ministero del Bilancio Carlo De Benedetti, al quale ero legato da reciproca simpatia e stima, tanto che nel dicembre 1990 aveva partecipato, con il presidente di Confindustria Sergio Pininfarina e Adalberto Falk a un convegno della corrente andreottiana inaugurato e concluso da me. In quel convegno gli apprezzamenti verso il sottoscritto e verso il governo di Giulio Andreotti si sprecarono e De Benedetti si distinse in questo senso. Quasi quattro mesi dopo Carlo mi venne a trovare e mi spiegò che stava lavorando a un disegno politico, insieme a molti autorevoli amici imprenditori, per riformare il sistema e dare all’Italia nuovo slancio.

Mi meravigliai, ricordandogli che negli anni ’80 l’Italia era cresciuta del 27% reale e aveva battuto le BR e l’inflazione a due cifre, sconfiggendo il PCI nel referendum sulla scala mobile. Carlo insistette. Sosteneva che quel tempo stava finendo e che, con la liberalizzazione dei mercati e la globalizzazione finanziaria, tutto sarebbe cambiato e mi chiese se volevo diventare il suo ministro in un prossimo governo sostenuto dalle forze che stava mettendo insieme. Siccome eravamo amici gli risposi con una battuta da napoletano, dicendogli che ero onorato, ma che insieme ad Andreotti stavo mettendo in piedi un progetto industriale e avrei voluto tanto che lui fosse il nostro imprenditore di riferimento. Capì la risposta e scherzando ci salutammo.

Poche settimane dopo, però, ebbi da più parti conferma di questa iniziativa della cosiddetta borghesia azionista (il salotto buono del capitalismo italiano) e del Partito Comunista che, con la caduta del Muro di Berlino, era rimasto privo di storia, identità e futuro, tanto che proprio in quei mesi al congresso di Rimini cambiò nome. Tentai di spiegarlo ad alcuni amici autorevoli ed anche al caminetto della DC (Andreotti, Forlani, De Mita, Martinazzoli, Gava), che invitai nell’ottobre del 1992 a casa mia sull’Appia antica, ma non fui convincente. A settembre del 1991 ci furono le prime avvisaglie a Cernobbio, quando gli industriali si scagliarono con durezza contro lo stesso governo che dieci mesi prima avevano lodato.

A febbraio l’arresto di Mario Chiesa e l’avvio della campagna contro il PSI, secondo lo schema degli Orazi e Curiazi, già preannunciato qualche mese prima da Di Pietro al console americano a Milano Peter Semler. La cronaca successiva è nota, tra arresti anche di innocenti e indagini a tutto campo da parte di varie procure egemonizzate da una minoranza di sostituti che fecero scempio del diritto con i Gip travolti dall’onda mediatica. Il finanziamento elettorale di cui fruivano tutti i partiti , di cui parlò Craxi in Parlamento nel silenzio generale, e la cui illiceità era la mancata dichiarazione alle Camere di appartenenza, si trasformò in corruzione, concussione, riciclaggio.

Eppure tanti furono assolti. In 42 procedimenti, personalmente fui condannato una sola volta per finanziamento illecito nella vicenda Enimont, in cui furono condannati tutti i segretari politici dei partiti di governo, Bossi compreso, mentre i vertici del PCI, che avevano ricevuto l’anno prima da Gardini un miliardo di lire consegnato a Botteghe Oscure, rimasero fuori dall’indagine perché, guarda caso, non si scoprì chi li aveva presi e Occhetto, contrariamente agli altri segretari, poteva non sapere. Raccontare dettagli sarà compito degli storici, ma devo ricordare che quando mi arrestarono nell’ottobre del 1995 i due PM, mi domandarono se volevo chiedere gli arresti domiciliari per ragioni di salute (ero già bypassato). Declinai l’invito, dicendo loro che la salute di quel giorno era la stessa del giorno prima, quando mi avevano arrestato, e tornai in cella per 17 lunghi giorni. Fui assolto in istruttoria per uno dei due reati contestati e rinviato a giudizio per corruzione, ma fecero passare ben 13 anni per l’udienza preliminare e prescrissero il procedimento dicendo che questo non significava che Pomicino fosse colpevole.

Ciò che ho raccontato fu un fattore di grande sofferenza per molti, ma politicamente un aspetto minore rispetto a quel che accadde il 2 giugno 1992 sul Britannia, il grande Yacht della regina Elisabetta, dove grandi società finanziarie inglesi riunirono i più autorevoli personaggi del mondo finanziario italiano tra cui i capi delle partecipazioni statali, delle banche pubbliche e private e del Tesoro per discutere delle privatizzazioni.

All’epoca l’Italia aveva in mani pubbliche il 25% dell’economia nazionale. Dieci mesi dopo il governo Amato fu mandato a casa per affidare a Carlo Azeglio Ciampi la guida di un esecutivo che avviò la svendita di alcune eccellenze finanziarie e diede alla mafia le risposte che pretendeva con le bombe di Firenze, Roma e Milano: nel novembre del 1993 il governo tolse il carcere duro a 300 mafiosi, cominciando a scarcerarne migliaia con condanne passate in giudicato, compresi gli assassini di Giovanni Falcone.

Quando la procura di Milano e le sue consorelle in alcune grandi città ebbero portato a termine il proprio lavoro, la macchina da guerra di Occhetto costrinse il prigioniero Scalfaro a sciogliere le camere anticipatamente. Occhetto andò per bastonare, ma fu bastonato dall’elettorato con la vittoria di Berlusconi. La macchina da guerra, però, non fu disarmata e quel che era accaduto al Pentapartito cominciò a subirlo Berlusconi e, con la complicità di Bossi, si arrivò prima al governo Dini e poi a quello di Prodi, con il PCI finalmente nella stanza dei bottoni. Le privatizzazioni continuarono, mentre i vecchi leader erano impegnati a difendere nei tribunali il proprio onore e quello dei rispettivi partiti. Alcuni ci riuscirono, altri no.

Molti anni dopo Giuseppe Guarino, ministro dell’Industria nel governo Ciampi, ma non partecipe al disegno politico-economico di De Benedetti, raccontò come rifiutò con sdegno la proposta di Cesare Romiti che, a nome dell’avvocato Agnelli, voleva acquistare l’intera IRI per 80 miliardi di lire (quaranta milioni di euro!). Quanto detto ora, ed altro scritto nei miei libri, è documentato e lo dimostra il fatto che gli eredi del PCI portarono subito in parlamento e al governo molti pubblici ministeri, a cominciare da Antonio Di Pietro, il portabandiera di quel disegno politico che io avevo rifiutato nel 1991.