Riprendiamoci la nostra cara veterolingua italica

Nel suo capolavoro imperituro, La congiura di Catilina, lo storico sabino Sallustio utilizzava scientemente forme desunte dal latino arcaico: ad esempio, “optumus” in luogo di “optimus”. Lo faceva con il preciso intento di opporsi anche linguisticamente alla decadenza dei tempi in cui si trovava a vivere, di cui era spietatamente critico. Di tale requisitoria sferzante, La congiura di Catilina ci offre una testimonianza preziosa. Ora, sulle orme dell’antico Sallustio, è arrivato anche per noi il momento dell’indocilità ragionata e della disobbedienza meditata. Anche sul piano linguistico. Il “tempo della povertà”, come lo apostrofava Hölderlin, e dello svuotamento assoluto di ogni significato si sta oggi dispiegando, su scala planetaria, nel trionfo della neolingua anglofona dei mercati, il “globish”, un idioma neutro e sterile, vuoto e tale da ridurre il linguaggio, da scrigno delle culture dei popoli, come lo definiva Herder, a grigio medium comunicativo di “scambio”, semplice raddoppiamento simbolico dello scambio delle merci nella sfera della circolazione. Ad esempio, capita sempre più spesso di prendere parte a convegni rigorosamente italiani, nei quali – nell’apice dell’imbarbarimento – italiani comunicano con altri italiani parlando… in inglese! Ordunque, contro la neolingua anglofona dei mercati mondializzati – che, come il “newspeak” di Orwell, viene ogni giorno impoverendosi tendendo di fatto all’afasia dei “tweet” e degli “sms” –, occorre reagire con coscienza e discernimento rivalorizzando la “veterolingua” nazionale, contro la quale da tempo si scagliano con furore i poliorceti del turbomondialismo linguistico con incoscienza felice. Essi, distruggendo le lingue nazionali, aspirano in pari tempo ad annichilire le culture e le storie dei popoli sull’altare del piano liscio asimbolico, aprospettico e aculturale del “one world” (e sempre più “one word”) del mercato globale. Ecco perché oggi parlare la propria lingua nazionale è un gesto rivoluzionario. Un popolo che perda la propria lingua perde se stesso. Occorre, con Sallustio, selezionare con ponderazione le parole più raffinate e più pregne di storicità, anche a costo di essere scherniti dai mandarini del pensiero unico cosmopolitico, incapaci di intendere altra lingua che non sia quella liturgica del mercato apolide e cosmopolitico: Nuova York in luogo di New York, terminale in luogo di computer, corriera in luogo di pullmann, e così via. Occorre, in compresenza di due parole dal medesimo significato, scegliere diligentemente sempre la forma più arcaica e desueta: spagnuoli in vece di spagnoli, ananasso in vece di ananas, maraviglia in luogo di meraviglia, palmizi in luogo di palme. Si tratta, occorre averne coscienza, di una battaglia culturale della massima importanza. La cultura – ce l’ha insegnato Gramsci – è sempre il luogo dell’acquisizione della consapevolezza del conflitto e del proprio posizionamento in esso. Riprendiamoci la veterolingua italica, resistiamo alla barbarie anglofona che avanza speditamente!



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