Sanremo24: vince la Mango con la Noia che si porta via il politicamente corretto

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Alla fine vince Angelina Mango. È lei la trionfatrice del 74esimo Festival di Sanremo con la canzone La noia, di cui Angelina è anche autrice insieme a Madame e Dario Faini. Secondo posto per Geolier (I p’ me, tu p’ te), terza posizione per Annalisa (Sinceramente), di nuovo sul podio come nel 2018.

Angelina Mango si porta a casa anche il Premio Giancarlo Bigazzi per la migliore composizione e il Premio della Sala Stampa Lucio Dalla. Il Mia Martini, invece, viene assegnato a Pazza, di Loredana Bertè, mentre Mariposa, cantata da Fiorella Mannoia, viene premiata con il Sergio Bardotti per il miglior testo.

La vittoria di Angelina Mango, con una canzone che parla di necessità di evasione dalla routine quotidiana e dalle malelingue, mette d’accordo anche i fanatici delle quote rosa: da dieci anni non vinceva una donna (l’ultima era stata Arisa) e se il verdetto fosse stato diverso sarebbero volate ulteriori polemiche. Per la cronaca, dopo Carta, Scanu, Emma, si tratta della quarta vittoria di un cantante proveniente da Amici. Curiosamente, nel suo testo dice Se rischio di inciampare almeno fermo la noia: nella serata finale Angelina è inciampata sul palcoscenico, ma La noia non si è fermata. È arrivata fino alla finalissima trionfando.

Il Festival Angelina lo ha vinto venerdì, in quella serata delle cover che l’aveva vista classificarsi seconda omaggiando suo padre Pino. Ed è una vittoria ovviamente anche per lui, che dal “cielo sbagliato” come cita il brano La rondine, guarderà orgoglioso la figlia raggiungere quella posizione di classifica che gli era sempre proibitiva.

Era stato appunto venerdì sera che si era compresa la forza di Geolier nel televoto: così la sala stampa ha fatto gruppo nella finale, votando compatta per Angelina Mango, altresì sostenuta da una grande fan base.

Nel Festival più tranquillo della storia, si inceppa qualche meccanismo e le polemiche vengono fuori tutte nell’ultimo giorno. I fischi a Geolier nella serata delle cover infatti, avevano suscitato il lecito dispiacere del rapper, ma altresì nella rabbia eccessiva di alcuni suoi supporter. Sabato pomeriggio sembra che la vittoria di Sanremo diventi un caso territoriale: qualcuno vuole far credere che vi sia un’avversione contro Napoli. Così dopo la lettura della classifica provvisoria a inizio serata, Amadeus si trova costretto a frenare nuovamente i fischi rammentando il rispetto per tutti.

Intanto sui social compaiono foto tra la goliardia e la furberia, come quella di Geolier che invita a votare con cinque sim diverse, o persino quella di un panettiere che promette uno sconto nel caso in cui si presenti la prova del televoto a favore del rapper. In ogni caso se avesse vinto la sua canzone, si sarebbe identificata solo parte di Napoli, essendo in un dialetto rivisitato che non avevano gradito alla vigilia nemmeno molti partenopei.

Ma non è questa l’unica polemica dell’ultima serata: intorno alle 22.20, infatti, il direttore artistico chiede al pubblico di pazientare se non funziona il televoto, perché è intasato dal numero record di persone che provano a esprimere il proprio giudizio. Il problema, però, va avanti per tutta la sera e sui social si lamentano in tanti. I Big in gara invitano costantemente i loro supporter a insistere fino a quando non ricevono il messaggio di conferma. A notte fonda viene fatto notare che l’operatore telefonico avrebbe dato priorità all’acquisizione dei voti, tardando sui messaggi di conferma a causa dell’eccessiva mole di preferenze inviate. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale ci vogliono davvero far credere che ci sia una persona fisica a rispondere per ogni singolo messaggio?

Lo show è in linea con quanto già visto nei giorni scorsi: tempi lunghissimi anche quelli della finale. Nonostante le trenta canzoni in gara e la mancata presenza dei Trattori, Amadeus ha in testa di arrivare alle 2:40 e non rinuncia ai siparietti con Fiorello, nel ruolo di co-conduttore. Simpatici, anche se perseguono nell’errore storico di sfottere il Ballo del Qua Qua raccontandolo come una danza italiana: dimenticano che la musica fu composta da uno svizzero negli anni ’50. Fiorello la canta sulla musica di Farfallina di Luca Carboni: lui è maestro in tutto questo. D’altra parte era già stato straordinario nell’ingresso, omaggiando Modugno con Vecchio frac sulle note di Billie Jean di Michael Jackson e con un meraviglioso gioco di luci. Quando sono le 23.30, però, e ti accorgi che non sei ancora a metà gara inizi ad apprezzarli meno quei due discolacci di Amarello, che certamente a scuola avranno preso più note di quante non ne abbia prese Gigliola Cinquetti nella serata di ieri. Inutile l’ospitata di Argentero, diventa gradita solo quella di Tananai. 

Si chiude così il quinto Festival di Sanremo targato Amadeus, che giura di fermarsi, almeno per qualche anno. Lo ripete almeno sei volte in tutta la serata, assegnando alla finale un senso di malinconico, ma anche poetico congedo. Il saluto all’Ariston lo fa insieme a Fiorello, andandosene su una carrozza come Cenerentola: è davvero la decisione definitiva. Scelta rischiosa, perché se è vero che sarà difficile per chiunque sostituirlo dopo cinque anni di successi è altresì incerto il ritorno all’Ariston una volta che si abbandona quel ruolo di direttore artistico. Attenzione Amadeus: sembrava scontato anche rivedere Bonolis in tempi brevi dopo l’edizione 2009, invece ad oggi non è mai più successo.

In quel Festival si classificò secondo Povia, che abbiamo incontrato a Sanremo in questi giorni e con cui abbiamo commentato quest’ultima edizione, che però, ammette, “Ho visto la sempre fino alle 22.30. Un Festival sempre lungo e uniforme senza nessuna novità particolare. Ogni cantante ha portato la sua canzone con convinzione e bravura ma senza emozione. Quando gli artisti mostrano quasi più sicurezza dei conduttori, viene a mancare la magia che ci dovrebbe essere”. Su chi sia stato il migliore tra tutti gli artisti all’Ariston, non ha dubbi: “Giovanni Allevi, in assoluto”.

Giuseppe Povia è un pezzo importante della storia del Festival di Sanremo: con una vittoria nel 2006 (Vorrei avere il becco), un secondo posto nel 2009 (Luca era gay), e una finale conquistata nell’epoca delle eliminazioni (La verità, era il 2010), le sue partecipazioni hanno sempre riscosso un grande successo. Senza contare quella fuori concorso nel 2005 con la dolcissima I bambini fanno oh, diventata un vero inno di solidarietà, indimenticabile dopo quasi 20 anni.

Giuseppe Povia

È da sempre un poeta anticonformista Povia, ma di quelli veri: dice quello che pensa e si disinteressa di tutto quel che ne emergerà. Gli artisti puri fanno così, perché sanno che l’importante è toccare le corde emotive di chi li ascolta.

Lui, non essendo asservito a nessuno e non avendo mai cercato il consenso della politica ma quello del pubblico, è stato più volte messo in discussione, ma non la sua passione musicale.

A breve uscirà un nuovo singolo, dal titolo “Mi hai salvato la vita”, dedicato appunto alla musica. È uno dei più acclamati per le strade di Sanremo nonostante sia assente dalla gara da tempo: “Faccio oltre 100 concerti l’anno e vivo di musica che è la cosa più importante”, commenta.

Il livello della musica di quest’anno è stato abbastanza alto, tuttavia nei testi più che di amore e inquietudini non si è parlato. È mancata la voglia di affrontare temi di un certo spessore, come quelli che propone Povia.

Dice così: “Ogni anno mi presento ma, siccome non sprecherei mai un Sanremo con un brano che posso pubblicare in qualunque momento dell’anno, propongo temi particolari. Perciò ho grosse difficoltà ad entrare nel cast. Oltretutto sono un indipendente senza potere e appoggi: era così anche nei quattro Sanremo a cui ho partecipato, ma chi doveva decidere apprezzava la tematica straordinaria, oltre l’ordinaria canzone d’amore intendo”.

Sarebbe interessante capire anche per quale ragione a Mahmood che esalta i rave party,ai Bnkr44 che parlano di pistole, o a chi allude a droghe, non sia oggi riservata la stessa critica preventiva che venne usata nei confronti di Povia. Lui risponde così: “In me si vede sempre il tentativo di fare polemica perché non sono politicamente corretto. La differenza è che io non chiedo scusa e non rinnego ciò che faccio, dico e canto. Se un artista il giorno dopo si giustifica o chiede scusa significa che l’hanno richiamato all’ordine del politicamente corretto, che è falso e anche noioso”.

E in questo Festival, di politicamente corretto ce n’è stato anche fin troppo: pure nella finale, quando Fiorello si lascia scappare una battuta di doppio senso, deve subito rettificare dicendo che non era voluta. Ormai la musica e la comicità non hanno più la libertà di un tempo: abbiamo visto che anche chi ha sollevato polveroni coi brani in gara, si è ritirato nel guscio davanti alle domande dei giornalisti, quasi con un senso di vergogna. Senza coraggio, però, tanto vale non proporla nemmeno l’arte.

Ecco, per il futuro il vero auspicio è di mantenere la stessa qualità musicale proposta nei Festival di Amadeus, ma con più coraggio ad affrontare temi che possano far crescere la cultura di un Paese. Perché volenti o nolenti, il vero senso di Sanremo rimane questo: regalarci qualcosa che, restando nel tempo, possa essere una fotografia dell’epoca che viviamo. Nelle canzoni in gara, ultimamente, è mancato proprio quell’atteggiamento. In ogni caso, Sanremo si ama e il suo direttore artistico dal 2020 lo ha amato profondamente. Da domani inizia la caccia al suo successore: chi potrebbe continuare a far sentire il Festival degno di questo amore?

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