Se dici Scuola di Piazza del Popolo dici…Enrico Manera

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Enrico Manera , Diabolik, Opera unica. 2011, tecnica mista su tela, 200x 168 cm

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Da Diabolik a Boccioni Extraterrestre l’artista pop espone alla Galleria Restelliartco di Roma

Nel corso della sua carriera si contano la Quadriennale di Roma, la Biennale di Venezia e numerose personali in gallerie e spazi istituzionali. Lui è Enrico Manera (Asmara, Etiopia, 1947), enfant prodige della Scuola di Piazza del Popolo. E proprio la Scuola di Piazza del Popolo torna oggi, in occasione della mostra a Roma (inaugurata il 27 ottobre per la Rome Art Week 2022, la rassegna artistica più importante dedicata all’arte contemporanea  e ai nuovi linguaggi performativi) alla galleria Restelliartco di Raffaella Rossi e Filippo Restelli intitolata Manera contro tutti! Oltre la Scuola di Piazza del Popolo, la personale dedicata al Maestro Enrico Manera. Che negli spazi espositivi si confronta a colpi di pop art con gli altri artisti della galleria in un caleidoscopio di visioni di riti e miti del nostro immaginario collettivo. Grandi ospiti la sera della vernice, da Edoardo Sylos Labini a Francesca Barbi Marinetti, da Alessandra Canale a Maurizio Gasparri. E poi fra gli altri Roberta Beta, Giusy Versace e un Franco Nero in gran spolvero (del 2021 la scultura in plexiglass di Enrico Manera Boccioni Extraterrestre superfotografata con l’attore al Festival Internazionale della Danza e delle Danze). Manera contro tutti! Oltre la Scuola di Piazza del Popolo affonda le radici “in quei magici anni in cui si sperimentarono le dinamiche artistiche che poi si tradurranno nelle sperimentazioni creative che popoleranno mostre, musei, Quadriennali e Biennali d’Arte”, come ha scritto Francesca Barbi Marinetti. Lì, in quella temperie, nasce e si forma Enrico Manera («All’Accademia non ho imparato nulla, ho imparato tutto negli studi degli artisti», mi disse in occasione di una precedente intervista): Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Enrico Baj, Mimmo Rotella, tutti i pezzi da novanta di quell’epoca culturale unica e irripetibile. Ma anche Bernardo Bertolucci, Lina Wertmüller, Carlo Lizzani, Dario Argento: perché Manera alla metà degli anni ’70 lavora anche nel cinema come attore e da questa sua esperienza nasce buona parte della sua produzione artistica.

Enrico Manera ha vissuto da protagonista cinquant’anni di cambiamenti culturali, che oggi ci restituisce nel linguaggio universale (e pop, cioè popolare) dell’arte: con lui le icone della nostra storia, in una mostra che ha come “copertina” un’immagine topica, quel Diabolik creato dalle sorelle Giussani (e che quest’anno compie 60 anni tondi tondi: il primo numero esce l’1 novembre 1962), rivisitato in chiave pop dal Maestro Enrico Manera in una tela di oltre due metri. Diabolik ma non solo: in mostra anche i Teatrini di Batman e Superman, Ex Vincent (omaggio a Van Gogh), Bacio (l’iconico Bacio Perugina in chiave pop), Boccioni Extraterrestre e molto altro. Fino al 30 novembre. Da vedere, da vedere, da vedere. 

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2 Commenti

  1. Ho l’impressione che qui, nell’articolo, qualcuno faccia un poco di confusione. “Icone” del nostro passato un Diabolik? Ma se da ragazzino lo buttavo nel cestino perché pieno di crudeltà insulsa e sgradevole per l’immoralità di fondo in tutto il suo contenuto! Le due sorelle che lo concepivano erano due comuniste convinte, di quelle con il portafoglio gonfio, tipiche della Milano radical che invitava nei suoi salotti i brigatisti tanto per essere alla moda. Era quella l’epoca ove il PCI caricava di tutto, pur di lavorare contro il “sistema”. Fare i propri comodi era la voglia di tanti che si dicevano comunisti senza mai nemmeno aver studiato il marxismo dimenticandosi ad esempio che l’egregio………. scriveva che solo i proletari avevano moralità e decenza ed equilibrio, mentre i borghesi erano aperti alla deboscia e alla corruzione morale e sociale. E queste due pantegane erano borghesi fatte e finite, con le pruderie e i compiacimenti aberrati della borghesia ricca e pessima che viveva in Italia. Niente a che vedere con Cesare Pavese e la sua anima tormentata. Altro individuo da aborrire era P. P. Pasolini, con il suo libro “Teorema”, ove dipingeva un Cristo sodomita com’era lui stesso, denso della sua pruderie di incidentato nella conoscenza di sé stesso. Difettava in profondità d’ingegno anche il milanese Dino Buzzati, stanco ripetitore d’inghippi psicologici fine a sé stessi. Il tutto mostrava una grande crisi di valori e autocoscienza che erano poi quelle che aprirono alla caduta attuale che abbiamo sotto gli occhi. Basta vedere gli scimuniti e imbrattacarte che oggi vincono il premio Strega, cosa che se M. Bellonci resuscitasse, la manderebbe subito fuori dei gangheri e la farebbe andare casa per casa di giurati e dirigenti con un nodoso bastone a spuntoni per fargliela pagare uno ad uno.
    Il panorama, ripetiamo, di oggi, è derivato da quello di ieri. In poche e rudi parole, i veri conoscitori della letteratura e dello scriver bene, qualunque fosse il loro pensiero, sono stati lentamente buttati fuori dalla scena da gente che in nome dell’egualitarismo secondo loro comunista (ma che non aveva a che fare con questo, e basta andarsi a leggere quel capolavoro letterario che è “Il derviscio e la morte” di S. Selimovic, bosniaco nella Jugoslavia comunista di allora) non distinguevano fra talento letterario e scribacchiata qualsiasi. A loro interessava solo infilarsi ovunque con la tessera del partito in tasca. Perciò cominciarono ad apparire giudici incompetenti per votare o meno le varie opere artistiche, scrittorastri e poetastri raccomandati, professori universitari idem. Poi, in successiva caduta seriale, si è passato alla corruzione di ogni giuria e al mercanteggiare voti e autori, tanto che oggi si sa già in anticipo chi deve vincere questo o quel premio. Con autori spinti avanti da “talent scout” che non sanno neppur loro scrivere e che quindi non vedono neppure i più macroscopici errori di scrittura di questo o quel inchiostraro o pennarolo da strapazzo. La gente, poi, nella decadenza generale, se ne accorge ancora di meno, e girandosi indietro guardando al passato, scambia le petecchie di quegli anni per opere artistiche, visto che non sa neppure più cosa sia un’opera artistica, per la gran maggioranza. Scambia insomma la diffusione mala o storta che sia per valore.

  2. Errata corrige causa correttore asino automatico: “fetecchie” (libero vocabolo per esprimere il fetore di cose sgradevoli nella loro bruttura di base).

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