Sull’Olimpo degli Dei con Civita di Bagnoregio

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Arrivano da tutto il mondo per ammirare la figlia della rocciosa e millenaria Tuscia

Pare di vedere il Cristo di Mantegna, vittorioso, invincibile, alto sopra il centro del suo sepolcro. Una geometria primigenia che salda, nella piena visione che fu del Rinascimento, Natura, Bellezza e Assoluto, all’uomo piccolo e temporaneo. Su una bolla di tufo ballerino, adornato da una valle d’argilla, l’ometto ha edificato Civita di Bagnoregio e San Bonaventura l’ha consacrata a Dio. Perfetto Rinascimento che non si delinea solo nella geometria di Pienza partorita da Enea Silvio Piccolomini. Pare di vedere il Cristo che risorge.

Ad ogni alba, Civita è lì, invincibile anch’essa, al centro del suo basamento, senza nulla intorno. Ferma, t’aspetta, s’assesta. Ma non muore, anche se minacciata dall’erosione costante delle sue fondamenta naturali. Bonaventura Tecchi, che di Bagnoregio fu figlio e della storia della letteratura fu padre, l’ha chiamata “la città che muore”, ma di morire non ha nessuna voglia. Ed anzi, Civita ha così tanta volontà di vivere che ha dato una lezione ai morti, convinti di essere nel pieno fiorire della vita e di aver capito tutto.

Civita di Bagnoregio è il senso stesso della vita: finché dura va goduta come si gode della prolungata felicità del sogno appena svegli. Civita di Bagnoregio, figlia della rocciosa e millenaria Tuscia, è il luogo contrapposto al non luogo, è il pieno che riempie il vuoto dei panorami urbani ormai tutti così somiglianti nelle loro roccaforti commerciali, è il borgo che diventa esempio e diventa perfetta estasi estetica, degna del sogno di Rosario Assunto.

L’Italia minore è l’Italia migliore perché è lì che si conserva ancora il senso, il ricordo, il profumo, le pietre in cui, raccontano le vecchie dalle ginocchia nodose e larghe, riposò Carlo Magno scendendo a Roma per essere incornato imperatore, la strada polverosa da cui partivano i ragazzini coi loro pochi peli e col loro modello 1891 per andare sul Carso, cento anni fa, a diventare uomini. La roccia del miracolo e quella della leggenda, la grotta del diavolo e il ponte medievale. La morte, il Mito. Mitopoiesi.

L’Italia minore conserva la vita d’Italia, come una reliquia. E nei borghi si palesa, come da dietro a una quercia, l’identità di questa terra ben più che nell’abuso turistico di un arco romano nel cuore di Roma, la pulsazione di questo Paese. Anticorpi al tempo che passa e strappa, a quel mondo espanso, indistinto e insignificante che, invece, non lascerà nulla di sé. Né una filastrocca o una canzone, né un detto o una consolazione, né una generazione di uomini.  Civita, borgo splendente come il Cristo di Mantegna. Ma il borgo non ha nient’altro che se stesso e appare nudo di fronte alle volontà di un mondo globale, che gira a velocità supersonica, produce, consuma e crepa, si attesta nella dittatura della giornata che inizia e termina col proprio insaziabile desiderio di gratificazione istantanea. E quel ponte che unicamente collega l’antico abitato alla civiltà, sembra offrire una via alternativa in cui preservare la propria integrità dai morsi del tempo.

Tra il bosco jungeriano e l’angolo ridente di Orazio, percorso da Alberto Sordi e Matteo Garrone in film che sono parte della storia cinematografica d’Italia. Difendere il borgo, come i fanti di un tempo, specie dal mostro della burocrazia, significa preservarlo, salvarlo ed avviarlo a un mondo verso il quale altrimenti sarebbe estraneo.

Condurlo, quindi, al motto che a Sutri Vittorio Sgarbi applica felicemente: la Bellezza diventa ricchezza. Anzitutto nel riprendere il filo interrotto dalla storia, che a Civita fu etrusca e romana, poi medievale, infine contemporanea, con l’operato di amministratori accorti e degni di un allungo mentale, di una visione che concepisce una strategia per il futuro che non prevede casualità, né l’abbandono alla selva più fitta per il futuro dei piccoli centri italiani: l’estrema mentalità provinciale, dramma e disgrazia del nostro patrimonio, col suo fragile infantilismo malizioso.

Bellezza che diventa ricchezza nelle corrette scelte gestionali e comunicative: rendere noto, aprirsi al mondo e alle cronache, rendersi disponibili, tornare alleati del tempo dedicando studi, strategie e strutture – come Casa Civita, partecipata al cento per cento del Comune di Bagnoregio, che ogni giorno dell’anno dedica interamente il proprio lavoro alla “gestione dei servizi turistici esistenti e di ideazione, pianificazione e al miglioramento della fruizione e promozione dell’esperienza turistica” -. Non lasciare nulla al caso, poiché nella casualità nulla si ottiene.

La Bellezza che diventa ricchezza è racchiusa nell’atto di superare ogni aspettativa: Civita di Bagnoregio, ogni anno, è visitata da migliaia e migliaia di visitatori da tutto il mondo – arrivando, nel 2017, a raggiungere il milione di turisti in tre anni e mezzo, evento che ha permesso al Comune di ammazzare la pressione fiscale, eliminando letteralmente le tasse ai cittadini -, nel 2015 ha ricevuto più visite del Colosseo; le sue piccole piazze e i suoi vicoli ospitano eventi culturali ed ospiti di importanza nazionale, per la sua salvaguardia geologica hanno firmato grandi personalità del nostro Paese, da Napolitano a Eco, da Bertolucci a Morricone. Tutto questo non solo perché, dal 2013, si paga un biglietto di ingresso alla città vecchia. Scelta corretta. Civita di Bagnoregio, esempio italiano nel mondo, alleata del tempo nella sconfitta dell’oltraggiosa dittatura dell’attimo, rischia ancora di sgretolarsi, ma non per il peso degli errori e della mancanze degli uomini, per una volta; eppure ciò che di essa rimane è immortale, come il Cristo di Mantegna. Che ne scrivano gli scrittori, che ne dipingano i pittori. I borghi possono conservare, e ancor più, dare la vita, cultura e identità d’Italia.

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Emanuele Ricucci
Emanuele Ricucci è nato a Roma il 23 aprile 1987. Lavora per la comunicazione di Vittorio Sgarbi, di cui è tra gli assistenti, ed è collaboratore per la comunicazione del Gruppo Misto Camera dei deputati (NI-U-C!-AC). Scrive di cultura per Libero Quotidiano, per Il Giornale e per il mensile CulturaIdentità. Ha scritto, tra gli altri, per Il Tempo e Candido, mensile di satira fondato nel 1945 da Giovannino Guareschi. È autore di satira ed è stato caporedattore de Il Giornale OFF, approfondimento culturale del sabato de Il Giornale e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Ha studiato Scienze Politiche e scritto cinque libri: Diario del Ritorno (Eclettica, Massa 2014, con prefazione di Marcello Veneziani), Il coraggio di essere ultraitaliani. Manifesto per una orgogliosa difesa dell’identità nazionale (edito da Il Giornale, Milano 2016, scritto con Antonio Rapisarda e Guerino Nuccio Bovalino), La Satira è una cosa seria (edito da Il Giornale, Milano 2017) e Torniamo Uomini. Contro chi ci vuole schiavi, per tornare sovrani di noi stessi (edito da Il Giornale, Milano 2017). Questi ultimi prodotti e distribuiti in allegato con Il Giornale. Antico Futuro. Richiami dell’origine (Edizioni Solfanelli, Chieti, 2018, scritto con Vitaldo Conte e Dalmazio Frau) e, da ultimo, Contro la Folla. Il tempo degli uomini sovrani (con critica introduttiva di Vittorio Sgarbi). Dal 2015 scrive anche sul suo blog Contraerea su ilgiornale.it. È stato direttore culturale del Centro Studi Ricerca “Il Leone” di Viterbo ed è attualmente responsabile dell'Organizzazione Nazionale di CulturaIdentità

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