Arriva la trappola del voto elettronico

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L’interminabile spoglio delle elezioni in Sardegna ha ridato fiato alle trombe di quanti da un po’ di tempo stanno chiedendo la sostituzione della vecchia urna con le schede cartacee. È il “voto elettronico”, una serie di sistemi già sperimentati (e spesso rigettati) in altri paesi ma che – in molti casi – ha lasciato più di un dubbio sulla sua effettiva correttezza.

I suoi sostenitori sono more solito gli entusiasti del progresso. Quelli che vedono in ogni cambiamento solo l’aspetto positivo, affascinati dalla novità e convinti che il “progresso” sia inevitabilmente positivo. E comunque non arrestabile.

Tuttavia, timeo Danaos et dona ferentes: in questo momento in Italia il voto elettronico è portato avanti sperimentalmente da piattaforme ad hoc del ministero dell’Interno, avviate durante il governo Draghi. Lo stesso governo che col green pass ha applicato l’apartheid di Stato contro otto milioni di italiani. E a chiederne l’applicazione sono regolarmente i partiti dell’arco liberal, more solito attraverso le narrazioni lacrimevoli: il vittimismo di turno è quello dei poveri studenti fuorisede, che vorrebbero tanto esercitare il loro diritto all’elettorato attivo, ma un cattivo sistema che fa ancora uso di urne e schede di carta glielo impedisce. In subordine l’altra sirena suonata è quella della “lentezza dello scrutinio”, che anziché essere considerata un segno di scrupolo da parte degli scrutatori viene presentata come l’ennesima riprova che siamo un “paese arretrato”. E non a caso è stata la Todde a rilanciare questo ennesimo passo avanti (con claque al Comune di Roma e dall’ex sindaco di Aosta, Fulvio Centoz, dem anch’esso) verso la smaterializzazione della vita civile. Infine si batte sul problema dei “costi”, come se quelli per la democrazia non fossero soldi benedetti…

Ma l’esperienza di altri paesi dove il voto elettronico ha avvelenato la contesa elettorale rendendo opachi i risultati – dagli Stati Uniti al Brasile – dovrebbe mettere tutti sull’allarme. La scheda elettorale e la tessera vidimabile sono pur sempre l’unica garanzia materiale che ha il cittadino di poter esercitare un controllo diretto sul voto. L’elettore, infatti, ha il diritto di partecipare agli scrutini, come rappresentante di lista o scrutatore. Nessuno può impedirlo. Gli elenchi degli elettori e il numero delle schede scrutinate devono collimare. Possono certamente sorgere dissidi nelle commissioni, ma la correttezza del processo di votazione è certificabile anche dall’uomo comune della strada.

Col voto elettronico che fiducia possiamo avere? Sì, d’accordo… esistono sistemi criptati, magari anche con l’impiego di blockchain. E tuttavia chi può controllarne e asseverarne l’efficienza e l’onestà? Il tecnico informatico non è un privato cittadino qualunque, scelto in una lista di iscritti a divenire scrutatore. Inoltre egli non effettua uno scrutinio, si limita a constatare che il sistema “funzioni”. Ma su che basi può farlo? Conta i voti, forse? Ha una certificazione materiale del voto espresso, com’è quella cartacea? Anche il tecnico, in finale si fida del sistema che ha davanti. Che garanzia può dare che il sistema non sia progettato per apparire perfettamente funzionale salvo riuscire a spostare la giusta quantità di voti sul candidato prediletto?

Nessun sistema elettronico, per quanto perfetto, potrà dunque consentire la sua ispezionabilità anche al cittadino comune. Questo dovrebbe essere il principale argomento (ma ve ne sono cento altri) contro questo “progresso”. La Prima Repubblica è andata avanti per oltre 50 anni con le schede e le urne, in un panorama politico dai toni accesi (non ci dimentichiamo che c’erano i morti in piazza, durante le manifestazioni, nei primi anni della Repubblica e poi durante gli Anni di Piombo), con partiti che si guardavano in cagnesco. Ma che sono riusciti a portare alle urne percentuali di elettori impensabili oggi, quasi doppia dell’attuale, che sta rapidamente scendendo verso il 40%. Cinquant’anni di democrazia in cui le contestazioni elettorali si fermavano a livello di singolo seggio, lasciando in attaccata la legittimità del risultato finale. Non si può certo dire che ciò stia avvenendo in Stati come gli USA, che pure si vantano di due secoli e mezzo di democrazia.

Nel 2009 la corte costituzionale tedesca ha dichiarato il voto elettronico incompatibile con l’art. 38 della Legge fondamentale (la costituzione tedesca), che stabilisce elezioni parlamentari «a suffragio universale, diretto, libero, uguale e segreto», prescrivendo che «tutti i passaggi essenziali di un’elezione [siano] soggetti a un possibile controllo pubblico». La base di questa sentenza è che gli algoritmi risultano non controllabili manualmente da un privato cittadino. E questo per l’intrinseca impossibilità di verificare dall’esterno il funzionamento interno di un algoritmo elettronico. Qualunque sistema di sicurezza non rende il voto più certo, rende solo meno controllabile in ultima istanza il voto stesso. In Norvegia nel 2014 si è definitivamente rinunciato al voto elettronico constatando che non vi erano garanzie di segretezza, poiché come ogni sistema informatico, anche quello elettorale può essere “bucato” da virus o hacker. L’obbiezione che anche il voto cartaceo possa essere soggetto a brogli o errori si arresta sul fatto che questi guasti sono alla portata del controllo empirico di un qualunque scrutatore. Anche la Finlandia, dopo alcuni anni di sperimentazione, nel 2017 ha rinunciato al voto elettronico: “i rischi superano i vantaggi”. L’Irlanda ha rinunciato nel 2010 mentre in Giappone, dove era ammesso solo per le municipali, non ne fa uso nemmeno là dal 2018.

E tuttavia la macchina del voto elettronico va avanti anche in Italia, sorda a ogni evidenza, lanciata su questa traiettoria. Ma torniamo un attimo alle argomentazioni iniziali. Al di là dell’inquietante coincidenza fra l’avvio di questa nuova sperimentazione sotto il regime sanitario, al di là della lacrimevole narrativa dei “fuorisede” che puzza di chiagni-e-fotti, quello che davvero dovrebbe accendere il campanello d’allarme è l’argomento dei costi: le rilevazioni universitarie effettuate in Georgia, nel New York e nella Pennsylvania hanno dimostrato che i costi per gli apparati sono superiori a quelli del vecchio sistema a schede cartacee. Se vi dicono il contrario, dunque, vi stanno imbrogliando. E se cominciano così…

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