Trattato del Quirinale: non vogliamo diventare una colonia francese

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Dal 2017 Italia (Governo Gentiloni) e Francia (Macron appena eletto Presidente della Repubblica) hanno in gestazione un Trattato, detto del Quirinale, che è circondato da grandi aspettative, crescenti nel tempo. Viene considerato un evento diplomatico di enorme importanza e alcuni commentatori lo paragonano per incidenza e significato al Trattato tra Germania e Francia firmato a Parigi nel gennaio 1963 da Adenauer e De Gaulle e da mezzo secolo asse portante dell’Unione Europea.

Il Trattato tra Francia e Italia, che è stato varato oggi a Roma, non è però tuttora noto nei suoi contenuti e ciò costituisce una prima stranezza: una scelta così rilevante di politica internazionale si adatta male a un regime di segretezza, soprattutto se si colloca in un ambito, come quello Ue, che si presume pacifico e cooperativo.

La segretezza non è però l’unico elemento che può destare timore: gli interessi dell’Italia nell’operazione non sono infatti, al momento, definiti con chiarezza (almeno sul piano pubblico). Il nostro Paese ha due grandi Stati di riferimento in ambito internazionale: gli Stati Uniti e la Germania. Entrambi hanno con Parigi rapporti peculiari rispetto ai quali il Trattato del Quirinale si colloca in posizione non facile. Gli Stati Uniti non sembrano avere della Francia, nazione importante ma con ambizioni spesso fuori misura, una considerazione così elevata (si pensi al caso dei sottomarini acquistati dall’Australia); anzi in qualche caso sembrano contare sull’Italia per trattenere o moderare l’attivismo transalpino: l’esempio tipico è la Turchia – determinante in Libia e in molti ambiti africani – i cui rapporti con l’Italia, pur complessi, sono buoni, mentre quelli con la Francia sono di scontro frontale. La Germania ha un rapporto privilegiato e basilare con la Francia e forse non apprezza molto il possibile tentativo francese di utilizzare la leva italiana per provare a riequilibrare la bilancia negoziale con Berlino. In sintesi, gli interessi strategici italiani non sembrano allineati con quelli francesi ed esiste una vasta gamma di potenziali contrasti in cui il punto di vista italiano rischia di non essere quello prevalente.

Terzo elemento di timore: la strategia della Francia. Un ruolo centrale nella visione di Parigi è tenuto dalla Difesa, la cui industria – molto forte – è un pilastro sia economico sia politico. Anche l’Italia ha un’industria della Difesa importante che tuttavia gravita soprattutto – e con successo – nell’area anglosassone. Non è difficile immaginare una potente spinta francese per vincolare l’Italia alla propria politica. I francesi perseguono con determinazione spesso spregiudicata i propri fini geopolitici, gli italiani invece molto meno. Negli ultimi dieci anni, a partire dall’azione per rovesciare Gheddafi e minare la posizione Eni in Libia favorendo così Total, la Francia non ha avuto remore a portare danni all’Italia. In modo non tanto diverso l’Italia è stata tenuta fuori dall’area riservata dell’Africa francese finché, quando le cose hanno cominciato a mettersi male, è arrivata la richiesta di mobilitarsi (in forma di subordinato sostegno). Non è un’invenzione degli ultimi tempi, riflesso politico dell’ingente shopping di aziende italiane – da Parmalat a Stellantis fino al comparto del lusso – che i marchi transalpini hanno compiuto senza mai accettare reciprocità (vedi l’operazione Fincantieri/Cantieri di Saint Nazaire): è una mentalità radicata che vede il mondo italiano come un ambito di diretta e inevitabile influenza francese. E le mentalità forgiate nella storia (Carlo VIII, Napoleone, Napoleone III, schiaffo tunisino) non si cambiano facilmente.

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