Quell’inedito D’Annunzio colombiere

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Pubblichiamo in esclusiva la prefazione scritta da Angelo Piero Cappello, direttore del Centro per il Libro e la Lettura, al saggio di Laura CurtaleViaggiator d’ali. Il servizio segreto colombofilo di guerra (Ianieri editore, pp 216, € 18,00). La storia di una vicenda che pochi conoscono, quella dei “combattenti alati” del Regio Esercito durante la Grande Guerra, i piccioni viaggiatori. Il loro prezioso contributo al conflitto era necessario per portare dispacci e messaggi segreti anche dietro le linee austroungariche, e trovò – come dimostra la Curtali attraverso la documentazione – un appassionato utente in Gabriele D’Annunzio, del quale vengono riprodotti in copia anastatica i colombigrammi inviati durante il conflitto mondiale. E dopo la guerra il Poeta-Soldato volle una colombaia nel suo Vittoriale per i suoi “Arditi alati”.

Uno, forse, degli aspetti meno conosciuti ed indagati, quindi meno raccontati, delle guerre è quello relativo alle comunicazioni tra il fronte e le retroguardie: comunicazioni che, per forza di cose, necessitano della massima segretezza ma anche della massima sicurezza. Si potrebbe immaginare che, solo con le tecnologie più avanzate fosse possibile un simile duplice risultato: e, invece, proprio le più sofisticate tecnologie non riescono a competere con le “tecnologie” di cui è provvista la natura stessa. In questo senso, la storia che qui si narra, relativa ai colombi viaggiatori e portatori di comunicazioni, è storia assai antica. A sfruttare le capacità aeree dei pennuti furono già gli antichi egizi e i persiani: e se ne narra, con dovizia di particolari, nelle storie arabe delle Mille e una notte. In Italia, a partire dalla fonte araba, anche il Decameron di Boccaccio fornisce indicazioni su colombi messaggeri e, fino alle storie del romanticismo europeo, il colombo è stato sempre disegnato come messaggero d’amore.

Una tradizione che dura fino ad oggi. Ma fu, invece, la Grande Guerra a fare massiccio uso “militare” delle comunicazioni affidate ai colombi: «Le colombaie dell’Armata, che funzionarono durante le ultime operazioni, hanno indiscutibilmente dato ottima prova; rendendo, specialmente nei momenti più critici, preziosi servizi. In complesso il servizio reso dai colombi viaggiatori ha completamente corrisposto alla aspettativa di questo Comando ed ha dimostrato la sua indiscutibile necessità specialmente nelle avanzate ed in tutti quei momenti in cui le vicende dell’azione rendono molto precari gli altri mezzi di collegamento». Così registrava un documento del Comando della II armata italiana nel maggio 1917, nel pieno della prima Guerra mondiale: ed è uno dei tanti documenti che arricchiscono questa narrazione originale e inconsueta di Laura Curtale. D’altra parte, l’importanza dell’uso dei colombi nella guerra italiana del 1915-18, è attestata anche da una nutrita serie di colombigrammi qui riportati alla luce dall’archivio militare. E nello stesso senso, vale quanto scritto dal Comando della III Armata: «Come nella battaglia del Piave del giugno, anche in questa i colombi si dimostrarono un prezioso mezzo di collegamento specie nei primi momenti dell’avanzata quando quasi tutti gli altri mezzi di collegamento furono paralizzati. La Cavalleria ne fece largo impiego con buoni risultati; anzi si può dire che quasi esclusivamente coi colombi viaggiatori si potè avere cognizione dei movimenti compiuti e delle località da essa occupate. L’utilità dell’impiego del colombo nello invio dei messaggi risultò anche nella celerità colla quale essi vennero trasmessi: la velocità oraria raggiunta dai colombi durante l’offensiva variò dai 50 ai 60 chilometri.»

Un racconto – questo di Laura Curtale – che pur nella ricca misura del corredo documentale sceglie però di rinunciare al profilo stilistico del saggio storico e scientifico (non manca, d’altra parte, una cospicua letteratura critica sui colombi messaggeri e sui colombieri) per adottare, invece, un più “amabile” e lieve tono narrativo e divulgativo: come fossimo intorno al focolare, tutti ad ascoltare il racconto del nonno. Una soluzione narrativa che mantiene sempre vivo e costante il contatto con il lettore (anche attraverso formule che possono sembrare obsolete o retoriche: “cari miei lettori” o con l’escamotage dell’allocuzione diretta al lettore “A voi la risposta”), al quale si rivolge la voce narrante. All’interno della narrazione che si concentra, ovviamente, sul ruolo dei colombi messaggeri nella Grande Guerra, poi, non poteva non esserci posto per un colombiere d’eccezione quale fu Gabriele d’Annunzio, i cui colombigrammi conosciuti agli studiosi (e in parte riprodotti da Mondadori nel Teneo te Africa già nell’edizione del 1947) sono qui riproposti, in riproduzione fotostatica dei documenti originali, a supporto della ricchezza del racconto.

D’altra parte, a centosessant’anni dalla nascita, ancora oggi Gabriele d’Annunzio viene spesso narrato – nell’aneddotica più corriva – più attraverso la leggenda che dice del “personaggio” che non attraverso l’analisi dell’opera che dica dell’uomo e dell’artista: ma è anche vero che nella stessa prospettiva di d’Annunzio arte e vita, leggenda e verità non sono che due facce della stessa medaglia: «Bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte».

Valga dunque anche questo aspetto del “d’Annunzio colombiere” a lumeggiare la composita, complessa e infinitamente durevole storia leggendaria di Gabriele d’Annunzio, quale risvolto ulteriore di una vita «imaginifica» e di una scrittura magnifica e munifica.

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