Com’è cambiata in questi 70 anni Mamma RAI

0
Foto: Rachel Claire, fotoritoccata

Da quei primi novanta abbonati del 1954 fino al confronto con l’Auditel

Settant’anni fa erano… 90. Parrebbe un nonsense da rubrica enigmistica, ma tutto torna se specifichiamo che il secondo termine della frase non è riferito al tempo, ma alle persone. Perché a 90 italiani ammontava l’intera platea nazionale di coloro che, in vista dell’esordio domenica 3 gennaio 1954, sottoscrissero sostanzialmente sulla fiducia l’abbonamento al neonato servizio pubblico radiotelevisivo. Il mese successivo sarebbero già lievitati a 24 mila, per superare il milione in capo a 4 anni. Crescita inesorabile, ancorché lenta: del resto a metà degli anni Cinquanta il costo medio di un apparecchio TV si assestava sulle 450 mila lire, più o meno come un’automobile, e dunque moltissime famiglie non potevano ancora permettersi di piazzare il totem del nuovo culto mediatico nel proprio salotto. Anche per quello la primissima stagione dell’Italia telespettatrice si caratterizzò come liturgia di gruppo approntata nei bar o nel soggiorno di poche famiglie abbienti, per dilettarsi coralmente con sceneggiati di fattura sopraffina come La Cittadella o Il Mulino del Po (primi antesignani di quella fiorente fabbrica dell’immaginario audiovisivo che avrebbe sfornato in seguito prodotti dal successo epocale come Sandokan o il recentissimo Mare Fuori).

E poi anche per soffrire e sperare insieme ai concorrenti di Lascia o Raddoppia, oppure inseguire le colte schermaglie verbali con cui avversari politici di statura e cultura spesso irrimediabilmente lontane dal presente si sfidavano nelle antidiluviane tribune elettorali. A chi comunque di quei lontani esordi volesse sottolineare il sensibile ritardo rispetto ad altri Paesi industrializzati, giova ricordare che il settantesimo è tecnicamente «solo» quello dell’azienda Rai, erede postbellica e audiovisiva dell’URI e quindi dell’EIAR; non già quello della TV italiana tout court, che in realtà i suoi primi vagiti li emise – non senza imbarazzo per la memoria collettiva dei posteri – durante la dittatura fascista e precisamente nel 1939. Un debutto catodico sostanzialmente in linea con la media europea: basti pensare che solo tre anni prima la BBC aveva inaugurato all’Alexandra Palace di Londra il suo primo servizio TV, abbandonando di lì definitivamente il grossolano sistema di scansione elettromeccanica dell’immagine ideato dall’inglese John Logie Baird per quello totalmente elettronico prodotto dall’azienda Emi Marconi, partnership industriale che come si evince dal marchio includeva la compagnia di telecomunicazioni fondata Oltremanica dal geniale «papà» italiano della radio. Tornando all’Italia in orbace, è facile intuire con quale interesse un Mussolini che definiva la cinematografia «l’arma più forte» potesse guardare al potenziale propagandistico del nascente Grande Fratello televisivo per i fini propagandistici del regime.

I primi set di ripresa delle trasmissioni vennero realizzati nella storica sede EIAR di via Asiago a Roma, in un attico rialzato fatto costruire «per esigenze industriali» in deroga al piano regolatore capitolino. Pionieri del nuovo mezzo in era preRAI, gli ingegneri Alessandro Banfi e Guido Bertolotti, insieme al collega Arturo Castellani che addirittura s’inventò una versione «autarchicamente» migliorata dei tubi catodici prodotti su licenza americana, mentre il primo italiano in assoluto ripreso dalla telecamera fu un tecnico, Manlio Bonini, durante una prova. Quanto ai primissimi programmi sperimentali, che si avvalsero di navigati radiofonici come Nunzio Filogamo e Nicolò Carosio, oltre ad artisti del calibro di Totò e Macario (il tutto condito dagli annunci della spigliata diciottenne torinese Lidia Pasqualini, di fatto la primissima «signorina buonasera» della nostra TV), con l’eccezione di qualche sporadico evento pubblico poterono goderseli solo poche decine di persone, in maggioranza nababbi nostrani. Tanto bastò comunque a entusiasmare il fondatore del Futurismo Marinetti, che subito iniziò a vagheggiare di nuovi avveniristici orizzonti all’insegna del «teledattilismo», del «teleprofumo», del «telesapore». Poi arrivarono la guerra e la disfatta. Lo sperimentale sogno televisivo s’interruppe per riprendere solo parecchi anni dopo, con quella che Umberto Eco ribattezzò «Paleovisione»: un’epoca pionieristica che non è esagerato definire anche eroica, perché di fatto contribuì a definire la moderna identità collettiva del Paese. Merito del leggendario maestro Manzi e della sua meritoria opera di alfabetizzazione a misura di piccolo schermo; ma merito senz’altro anche del nazionalpopolare Mike Bongiorno, delle commedie di De Filippo, di Sanremo, del Telegiornale unico letto allora da uno speaker in impeccabile italiano privo di inflessioni.

E merito anche dei tanti intellettuali di vaglia che nella loro nuova veste autoral-massmediatica quella TV neonata vestirono, nutrirono, educarono. Tanto per dire, nelle prime intensissime ore del dies baptismalis della RAI trovò spazio un film come «Le miserie del signor Travet», adattamento cinematografico dell’omonima commedia piemontese diretto da un grande eclettico della cultura come Mario Soldati, nel cast due nomi come Alberto Sordi e Gino Cervi. Sforzi non da poco, anche tenendo conto di quella sorta di rodeo che doveva essere in anni remoti e avventurosi la messa in onda, visto che all’epoca si disponeva solo della diretta (i primi apparecchi RVM per la registrazione arrivarono solo negli anni Sessanta). L’entusiasmo e la spinta innovativa di quella RAI preistorica rimasero in qualche modo incistati nel DNA del servizio pubblico italiano: basti pensare che quando nella seconda metà degli anni Settanta esordì il colore, adottando il metodo di codifica PAL sviluppato in Germania, fu l’ingegnere RAI Renato De Marinis a migliorarne le prestazioni eliminando alcuni difetti congeniti del sistema. Con questo spirito la nostra TV ha attraversato, decennio dopo decennio, le sue grandi trasformazioni: la nascita del secondo e terzo canale, l’Auditel e il confronto con le TV commerciali, la fucina creativa di tanti programmi e format (una parziale hit parade transgenerazionale, del tutto soggettiva: Canzonissima, La Domenica Sportiva, Fantastico, Blob, Chi l’ha visto, Domenica In, Porta e Porta, Quark, fino al recente e il sorprendente Viva Rai Due con Fiorello) collocati in permanenza nel nostro immaginario visuale.

E poi il digitale, i nuovi canali tematici, RaiPlay, cinema, serie TV e via enumerando. Fino alla sfida principe dei nostri giorni: quella di uno scenario mediatico multipolare che vede il perimetro della TV generalista eroso dalla crescente obsolescenza dei suoi abituali fruitori, ma più ancora all’avanzare di social network di ultima generazione. Un variegato ecosistema multimediale dove il puro disimpegno coabita disinvoltamente (spesso troppo) con l’infotainment, e che pure tanti giovani e giovanissimi usano ormai di fatto come surrogato a pieno titolo dei TG tradizionali. Dissodare con l’autorevolezza e il soft power fornitole dalla propria storia quelle nuove praterie, per costruire come nel dopoguerra un’identità culturale comune e una lettura consapevole dell’attualità a beneficio degli italiani del nuovo millennio, è la missione che ancora una volta Mamma RAI è chiamata ad assolvere. Nel mutare di mezzi espressivi, tecnologie, contesto sociale, permane intatto e universale anche per lei la triplice consegna che John Reith coniò oltre un secolo fa per la sua BBC: educare, informare, intrattenere.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

4 × cinque =