I ceci, da Cicerone ai Vespri Siciliani

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I ceci, oltre ad essere annoverati tra i primi alimenti consumati dall’uomo, sono conosciuti per i tantissimi aneddoti e menzioni nei documenti storici. Pianta originaria dell’Oriente e coltivata circa ottomila anni fa, si diffuse prima in Egitto come cibo destinato agli schiavi, e poi il tutto il Mediterraneo. Orazio lascia testimonianza dei ceci fritti nell’olio d’oliva, preparazione gastronomica molto apprezzata dai romani.

Ma dalla cucina alla sfera erotica il passo è breve e ai ceci si attribuiscono anche virtù afrodisiache: Plinio scrive che quelli candidi, chiamati “ceci di Venere”, venivano offerti e consumati durante le veglie rituali riservate alle donne, “pervigilia Veneris”, a cui seguivano riti orgiastici; e anche Galeno attribuisce ai ceci qualità afrodisiache, soprattutto per l’uomo.

Ma i romani utilizzavano il termine “cicer” anche come cognomen (soprannome), dato a chi aveva un’escrescenza a forma di cece sul volto: per questo motivo il grande comunicatore e oratore dell’antichità si chiama Marco Tullio Cicerone.

I ceci avevano una funzione molto importante anche nel settore marittimo: nelle imbarcazioni il fasciame esterno era fissato alle ordinate con chiodi; con il passare del tempo, e con le sollecitazioni allo scafo, le testine dei chiodi saltavano e si poneva rimedio a questo problema infilando un cece nel piccolo buco che si creava. Il cece impediva così l’accesso dell’acqua. Era uso comune salpare con un sacco pieno di ceci a bordo, che faceva prevedere sventura ai marinai.

Anche nei Vespri Siciliani -la rivolta popolare scoppiata a Palermo nel 1282 per porre fine al dominio Angioino- si fa riferimento ai ceci. La parola ciceri (ceci) veniva fatta pronunciare per capire se il sospettato fosse francese per la pronuncia nella “i” finale, accentata oppure no.

Oggi questo legume è particolarmente diffuso e l’utilizzo in cucina è veramente vario: farine, minestre contorni, salse.

Anche gli accostamenti gastronomici, sia con carne che con pesce, offrono ricette sempre equilibrate e con i giusti valori nutrizionali, caratteristiche fondamentali di una perfetta dieta mediterranea.

LA RICETTA: Crema di ceci e maranzelle

Difficoltà: Facile
Tempo di Cottura: 20 Minuti
Tempo di Preparazione: 20 minuti
Ingredienti per 4 persone:
1kg di ceci già cotti
500 ml di brodo vegetale
2 spicchi di aglio
8 mazzancolle
1 rametto di rosmarino
Olio extravergine di oliva q.b.
Sale marino iodato q.b.
Pepe nero q.b.
Preparazione:
In una padella con fondo spesso far soffriggere nell’olio, uno spicchio d’aglio e gli aghi del rosmarino. Sgocciolare i ceci dal liquido di cottura o di conservazione e aggiungerli al soffritto per farli insaporire per circa 5 minuti. Nel frattempo, pulire le mazzancolle: eliminare il carapace e il filino nero dell’intestino e passarle velocemente sotto acqua fredda. In una padellina antiaderente, scaldare un filo d’olio con l’altro spicchio d’aglio e scottare le mazzancolle giusto il tempo necessario affinché cambino colore. In una casseruola mettere i ceci insaporiti e il brodo e frullare il tutto con un frullatore ad immersione. Cuocere per 5 minuti a fiamma vivace. Aggiustare di sale e pepe. Servire la crema di ceci, adagiando sopra le mazzancolle scottate. Condire con olio extravergine di oliva. Servire immediatamente.

La cucina genovese nel cuore dei Padri della Patria

Mazzini e Garibaldi: morigerati a tavola, ma con la passione per i sapori semplici della loro Liguria

Del patriota Giuseppe Mazzini, uno dei padri della patria, si conoscono non solo il pensiero politico e le gesta ma anche i gusti e le abitudini culinarie, grazie a una fitta corrispondenza di cui rimane traccia ancora oggi. Origini genovesi, per molto tempo fu esiliato in Francia e in Svizzera, e per lungo tempo a Londra. Era in questi anni vissuti da esule lontano dalla patria, che in lunghe lettere ai famigliari, soprattutto alla madre, trasparivano non solo il suo pensiero ideologico, ma anche i suoi gusti in fatto di cibo. Vivere nella Londra di metà ‘800 era molto diverso, anche parlando di tavola. Si lamentava quindi delle minestre ma almeno apprezzava il pudding, dolce di cui pare andasse ghiotto. Aveva nostalgia dei biscotti del Lagaccio, che prendono il nome dall’omonimo quartiere genovese, dei dolcetti di Romanengo e della focaccia ligure, fragrante e profumata, che durante il soggiorno britannico doveva sostituire, con poco entusiasmo, con pane e burro. Si lamentava che nella città inglese di allora non si trovassero frutta saporita di cui era goloso o buon formaggio stagionato. A tavola, il patriota era parco e misurato ma era un grande consumatore di caffè e aveva un debole per i dolci. Da questa sua passione, prende il suo nome una torta, conosciuta oggi come Torta di Mazzini, che derivava da una ricetta di una torta di mandorle che Mazzini conobbe durante l’esilio in Svizzera. La ricetta è riportata in una lettera alla madre, a cui proponeva di provare a rifarla, visto che ne era goloso. Gusti e austerità che Mazzini condivideva con un altro padre della patria, Giuseppe Garibaldi: anch’egli ghiotto dei biscotti del Lagaccio e della cucina ligure, soprattutto del minestrone col pesto. Anch’egli diete il nome a un dolce semplice: i biscotti Garibaldi, gallette di uva passa, che gli piacevano molto. Amava il pesce fresco e non beveva vino. Sulla vita, le idee e anche le personalità dei due patrioti si può scoprire moltissimo visitando il Museo del Risorgimento di Genova.

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