Filippo Tommaso Marinetti nasce nell’anno del primo telefono, 1876, il 22 dicembre ad Alessandria d’Egitto. Per lui, fondatore del Futurismo, partigiano di una modernità vitale e impetuosa, il progresso ha sempre ragione anche quando ha torto. Del resto, quella di prevedere, desiderare e “costruire” il futuro è stata la vera rivoluzione futurista, l’eredità più importante lasciata in dote a tutte le avanguardie successive (comprese quelle contemporanee). Da Internet all’intelligenza artificiale, dai costumi al rapporto con la tecnica, l’attuale società in cui viviamo Marinetti l’aveva già ipotizzata agli albori del Novecento: picconando il vecchio mondo borghese, conformista e ipocrita della Belle Époque, senza riuscire tuttavia a vederne uno a sua immagine e somiglianza. Chissà cosa penserebbe oggi che molte delle sue previsioni sono diventate realtà. A tal proposito, nelle prime pagine di Audacia Ribellione Velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani (Rizzoli, 2025) lo storico e presidente del Vittoriale degli Italiani Giordano Bruno Guerri ricorda che “Ogni avanguardia è tale quando, mentre uccide, prepara una nuova vita, demolendo insieme al passato il presente”.

Definizione che si attaglia benissimo alla natura generativa e insieme demolitrice del Futurismo, la cui ragion d’essere era trovare un ordine nel caos della vita e viceversa. Il tutto con il sorriso guascone di chi considera l’esistenza uno spettacolo da non prendere molto sul serio. Quando Guerri, però, definisce l’avanguardia futurista la “più importante creazione culturale italiana dopo il Rinascimento” non scherza affatto. Il cataclisma artistico e politico rappresentato da Marinetti e soci, checché ne dicano i detrattori (più nostrani che stranieri), non ha rivali nella nostra storia recente. E anche la mostra “Il tempo del Futurismo” andata in scena quest’anno alla GNAM di Roma, con le sue circa 350 opere esposte, e un grande successo di pubblico, lo ha dimostrato una volta di più.
Venendo al libro di Guerri (corredato di foto inedite dei protagonisti, manifesti, opere d’arte e idee di propaganda), oltre alle vicende legate al famoso fondatore, l’autore ripercorre la traiettoria umana e artistica di personalità quali Boccioni, Prampolini, Balla, Depero, Benedetta Cappa Marinetti, Valentine de Saint-Point, per citare solo qualche nome, senza tralasciare “il rapporto del movimento con la guerra e le donne, diverso in entrambi i casi da come comunemente si crede” e il tanto discusso “legame con il fascismo, l’ambizione di rendere futurista la rivoluzione mussoliniana”: un tentativo fallito già in partenza che ipotecherà il giudizio storico sull’intero Futurismo. Se è vero, infatti, che il regime andò avanti sulla sua strada, una volta ottenuto il consenso della cultura ufficiale, è altrettanto vero che a differenza della Germania hitleriana e dell’Unione Sovietica di Stalin, dove l’arte moderna era vista come “degenerata”, in Italia grazie all’influenza del movimento, dal punto di vista artistico e pittorico, si ebbe la possibilità di esprimersi (quasi) liberamente, con un’autonomia che in altri ambiti non era nemmeno pensabile. Al contempo, la parola libertà (per Marinetti, comunque, meno importante della parola Patria, al punto da aderire alla Repubblica di Salò e morirvi nel ’44, a Bellagio) non doveva riguardare solo l’arte, ma anche il costume e, soprattutto, la donna. Contrariamente alla vulgata che vede i futuristi come dei nemici dell’emancipazione femminile, nella realtà essi desideravano che la donna fosse audace, forte, indipendente, insomma libera di essere sé stessa e di affermare la propria individualità. Anticipando di fatto il femminismo degli anni a venire.
Significativa in tal senso è la figura di Mina Loy, pittrice e scrittrice londinese trapianta a Firenze, figura atipica del modernismo d’avanguardia, divisa carnalmente tra Marinetti e Papini, che in Feminist Manifesto, un “proclama-appello di slancio distruttivo-futurista scritto nel ‘14, individua nella restituzione alla donna del controllo sul proprio corpo il centro della battaglia femminista, anche qui un bel po’ in anticipo sui tempi (mentre dell’eros, altro tassello cruciale della liberazione sessuale, se ne occuperà l’amante di Marinetti, Valentine de Saint-Point, nel Manifesto della Lussuria del ‘13). Nel grande fiume della Storia raccontata da Guerri, dove gli eventi e i fatti costituiscono il fondale necessario a tutta la narrazione, più decisive ancora sono le correnti carsiche che vi scorrono. Parliamo di uomini e donne che con il loro estro nutrirono il Futurismo e lo fecero grande. Tra i tanti, seguendo le preferenze dell’autore, Fortunato Depero merita una menzione d’onore. In quanto l’artista di Rovereto, pioniere della pubblicità, è colui che ha lasciato il segno più duraturo sulla cultura moderna. Si pensi alla bottiglietta della Campari, a tutt’oggi simbolo del migliore design. Se non fosse arrivato a New York nel momento sbagliato, cioè all’alba della crisi del ’29, anche gli Stati Uniti con tutta probabilità ne avrebbero riconosciuto il genio.
Un altro dei nomi da tenere a mente è quello di Fedele Azari, in assoluto il preferito di Guerri, che con Depero realizza il celebre “Libro imbullonato”. Creatore di una società avanzatissima, l’artista e aviatore piemontese impone un modo nuovo di fare pubblicità, cioè lanciando manifesti ed esponendo striscioni dagli aerei. Ecco dunque l’aeropittura, l’ultima grande creazione futurista, di cui il suo Prospettive di volo del ’26, presentato alla Biennale di Venezia, è considerato il primo esempio degno di nota. Oggi che i droni fanno capolino in tante riprese televisive e cinematografiche il fatto di dipingere il mondo dall’alto non fa più notizia. Allora fu una novità sconvolgente. L’ennesimo sforzo di immaginare il futuro e raggiungerlo il più presto possibile, costi quel che costi. Nell’ultimo capitolo del libro, dal curioso titolo “Discorso appassionato tra una intelligenza artificiale e un intelligenzo naturale su un letto di Gorilla Glass”, Guerri conversa con un Marinetti piuttosto credibile in versione IA. Ebbene, sollecitato a scrivere un nuovo manifesto Effettì risponde deciso: “Quello del 1909 non si tocca”. Come a dire che, per quanto i cieli oggi siano tornati ad affollarsi, specie da imprenditori un po’ folli e molto scaltri, da lì bisogna ripartire. Dalla rivoluzionaria “sfida alle stelle” lanciata dai Futuristi ormai più d’un secolo fa.


















