In libreria l’edizione italiana a cura di Andrea Lombardi “La morte di Celine”

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Ci sono uomini che l’apocalisse ce l’hanno dentro. Indemoniati, irregolari, imperdonabili, vivono la loro vita come una maledizione e dalle pene che patiscono sgorgano testimonianze uniche, esistenze degne dei migliori capolavori.

Fa parte di questa categoria sicuramente Louis Ferdinand Celine, dottore della miseria, cronista della sventura, ultimo testimone di un mondo che si infrangeva sulle scogliere del nulla.  Autore di capolavori capitali come il “Viaggio al termine della notte” o “La trilogia Nord” che lo hanno reso uno degli scrittori più sconvolgenti delle lettere francesi, tanto da essere descritto da George Steiner come un membro della trinità del novecento francofono insieme a Proust e Rebatet. Celine non è solo il genio, fautore di due rivoluzioni letterarie, quella dell’argot (il gergo parigino) e della fluidità emotiva dei tre puntini, ma è anche lo scrittore proscritto autore di feroci pamphlet antisemiti e razzisti, come Bagatelle per un massacro e La scuola dei cadaveri, testi scandalosi che gli valsero l’accusa di collaborazionismo e che dopo la seconda guerra mondiale gli garantirono l’esilio letterario e l’oblio.

Fu certamente ammazzato dalla sua epoca che condannando lui volle fargli espiare i peccati di una Francia sconfitta, relegandolo in una solitudine turbata dai pochi amici (Ayme, Nimier, Colette), rinnegato dagli stessi  “colleghi” che lo avevano saccheggiato nel vano tentativo di rinverdire la loro prosa morta mentre lo trattavano come un lebbroso. Il giorno del suo funerale presenziarono pochi amici, le pagine di tutti i giornali parlavano del suicidio di Hemingway, che per sua disgrazia se ne era andato il suo stesso giorno, lasciandolo come un nome qualunque sulla pagina dei necrologi. Per riscattare questo fuorilegge della letteratura nel 1966 uscì “La morte di Celine” di Domenique De Roux, oggi riproposto dall’editore Passaggio al bosco, con una introduzione di Stenio Solinas e curato dal più appassionato e imperdonabile dei celiniani italiani: Andrea Lombardi.

La morte di Celine non è un compianto funebre, un testo di un adulatore, ma è invece uno straordinario e irriverente flusso di coscienza che alterna critica letteraria e racconto clandestino, biografia e chanson de geste. Una rivincita letteraria in cui l’enfant terible delle cattive lettere francesi compie una stoccata feroce contro la critica politicizzata, le consorterie della banalità stilistica, lo scherno verso gli impotenti delle lettere, organici e bigotti, che sentenziavano mentre i grandi maestri, come Gombrowicz e Pound venivano raccontati solo dagli ambienti di area e dalla furia innovatrice delle riviste di De Roux.

Un saggio in cui Celine viene mostrato nella sua ironia nera, capace di fotografare le istantanee dell’animo umano in tutta la sua crudezza, nel suo stile unico, in grado di ridonare alla parola una naturalezza ed emozione unica, che in ogni pagina esplode come una rapsodia di quella tanto cercata petite musique. Dove si mostrano le visioni e i deliri che dai romanzi ai pamphlet danno l’impressione che Celine abbia afferrato il senso del mondo.

Come Drieu La Rochelle ed Ezra Pound, Celine, per De Roux, è un profeta inascoltato, un Ezechiele che si dispera per il morire dell’animo umano. Un personaggio ritratto non da un adulatore, ma da un grande genio incompreso e inclassificabile come l’autore di Immediatamente che nel finale esprime il destino di quegli intellettuali dissidenti unici ed irripetibili: “Noi saremo sempre e dappertutto in territorio nemico. Contro tutte le difficoltà, contro tutti i sistemi e i monopoli, Céline non ha mai cessato di mettere in gioco la sua opera. Attraverso la sua ordalia, egli ha creato la sua luce, e lui sa”.

In questi tempi di massacri dei classici occorre fare chiarezza su chi fosse Celine, De Roux l’ha fatta, mostrando come dopo il Dottor Destouches non si sono più aperte le porte della notte.

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