L’unica rivoluzione femminista possibile è la rivoluzione interiore

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L'unica rivoluzione femminista possibile è la rivoluzione interiore
Foto di fjdafdafafa da Pixabay

L’ultima copertina realizzata da Vanity Fair ritrae una bellissima Vanessa Incontrada senza veli, senza giudizi e senza pregiudizi. “Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”, recita la didascalia.

fonte Facebook

Ogni donna ha il diritto di sentirsi bene col proprio corpo. Ogni donna deve potersi sentire a proprio agio in una società che non è sempre costruita su misura per lei; ma ogni donna ha anche il dovere di riflettere, di sviluppare pensiero critico e di esaminare tutto ciò che le accade intorno.

La bellissima copertina, lanciata allo scopo di sensibilizzarci sul fenomeno del body shaming, è diventata rampa di lancio per la demagogia del moderno femminismo che popola il web e che prende spunto – perché il populismo lo contesta ma lo fa – e dà il via alla rivoluzione.

Rivoluzione che i moderni idoli (o dovrei dire idole per non esser tacciata di maschilismo?) sembrano cavalcare secondo una bizzarra tendenza, tipica degli “ismi” che spesso si contestano, ad aizzare noi donne contro ogni dinamica sociale. Atteggiamento che certo non ci aiuta a risolvere le questioni, a differenza di una maggiore autoconoscenza e crescita interiore che certo ci renderebbe più libere.

Ogni giorno le piazze virtuali dei social ci offrono la possibilità di manifestare “contro” tutto ciò che non riteniamo giusto. Possiamo opporci pubblicamente ad ogni abuso e sopruso e nel farlo avremo tutti i re-post del caso. Tuttavia la rete omette un dettaglio: nella battaglia femminista la consapevolezza delle donne nei confronti di se stesse è fondamentale. Urliamo al mondo cose che non abbiamo il coraggio di sussurrare a noi stesse. Un dato che parrebbe scontato ma non lo è, e di certo non può essere accertato.

In che modo si misura il livello di consapevolezza di una donna? Da come essa stessa si sente e non da come la percepiscono gli altri.

Se oggettivamente esistono dinamiche per cui l’intervento esterno è necessario e fondamentale, è anche vero che esistono questioni interiori per cui l’unica via percorribile è il cambiamento interiore.

Il fulcro di tutto è sempre l’individuo. Lo stretto strettissimo rapporto che la donna ha con se stessa.
Parliamo di giudizio e pregiudizio che noi donne tanto contestiamo alla società, agli uomini, alle famiglie, agli ambienti di lavoro, agli amici, ai conoscenti. Ogni donna è e deve sentirsi libera di esprimere di esprimere se stessa secondo le modalità e caratteristiche che la identificano. Tuttavia, quando il giudizio esterno comincia a toccarci, sembriamo sentirci private di qualcosa che in realtà siamo noi a sottrarre a noi stesse. L’individuo, da sempre e per sempre, formulerà ed esprimerà i suoi giudizi, su questo vi può essere sensibilizzazione ma non e mai pieno controllo. Pensare di fermare del tutto questo meccanismo non è utopia: è follia. Quando il giudizio, o la percezione che abbiamo dello stesso, toccano una donna, il disagio che ne deriva non è mai la causa la conseguenza. Conseguenza di una questione irrisolta che ci portiamo dentro.

PROBLEMA: la società mi giudica perché sono grassa, magra, alta, bassa, mamma, non mamma, sposata, divorziata, disoccupata, laureata, colta, sciocca, frivola, simpatica o antipatica.
SOLUZIONE A: urlo forte sui social che nessuno mi può giudicare, inneggio al femminismo, cerco di imporre agli individui e alla società di non esprimere giudizi.
SOLUZIONE B: imparo, col giusto supporto, che la prima a non doversi giudicare sono io e dimostro, con l’esempio, che il giudizio non ha presa su di me quando sono integra e risolta.

Chiaramente c’è il problema del giudizio di chi deve valutare – ad esempio – se assumerci o meno, se invitarci ad un convegno o se relazionarsi o meno con noi. Sì, il giudizio in quel caso può essere vincolante e continuerà ad esserlo fino a quando il “pregiudizio del giudizio” modificherà le nostre esistenze. Quando saremo tutti interiormente libere, chi dovrà decidere, scegliere o valutare, partirà sì dalle innumerevoli diversità che ci contraddistinguono ma da una comune base di libertà interiore. Perché quando sai chi sei e conosci il valore delle tue scelte e delle tue azioni, il giudizio degli altri non ti sfiora. È folle pensare che nella vita e nella società nessuna ci giudicherà mai, è invece saggio trovare il modo di dare più valore al giudizio che abbiamo di noi stesse.

Il tempo investito sulle piazze social ad urlare che siamo femministe e che vogliamo vivere e agire come desideriamo, dovremmo impiegarlo a vivere e agire come ci pare o a cercare gli strumenti utili a poterlo farlo: quelli che possono farci dono del coraggio della libertà. Troppe energie investite ad urlare contro il problema e poche, pochissime energie canalizzate alla risoluzione dello stesso.

Prendersi la libertà, rivendicare il diritto di stare a questo mondo nella forma e nella sostanza che più desideriamo è un atto di coraggio non uno slogan, non una propaganda. È nostra responsabilità lavorare sul nostro spirito e sul nostro intelletto per vivere serenamente nella taglia che più riteniamo comoda, nello status sociale che più ci aggrada e secondo la nostra personalissima scala di valori. È nostra la responsabilità di legittimare le nostre scelte.

La bellissima e morbida soubrette potrà lanciare un messaggio forte con una copertina da urlo ma sta a noi sussurrarci che andiamo bene così. E non basta postare l’hashtag dell’intellettuale femminista in voga, non servirà rilanciare le frasi ad effetto dello scrittore del momento, serve l’unica rivoluzione possibile: quella interiore. Fino a quel giorno vivremo nell’ipocrisia del femminismo moderno tra sante e false dee.

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