Un nuovo spirito del tempo per un nuovo imperativo atmosferico

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Prometeo, la figura emblematica della Modernità, sta per essere sostituita da quella di Dioniso. Dioniso è il dio ctonio per eccellenza, ovvero il dio di questa terra specifica, il dio autoctono. Archetipo della sensibilità “ecosofica”, Dioniso ha i piedi ben piantati nella terra. Egli sa gioire dell’esistente e di ciò che il mondo gli offre qui e ora. Lo si può intendere come la divinità arborea per antonomasia. Insomma, un dio radicato! Ecco un paradosso curioso. Ma gli dèi non erano uranici, non abitavano le sfere celesti? Non trascendevano questo mondo e i suoi piaceri? Ci troviamo di fronte a un simbolo istruttivo. Una metafora che consente di spiegare vari fenomeni della società postmoderna. C’è nell’ideologia del godimento propria dell’edonismo mondano (ovvero del mondo attuale) qualcosa che rimanda a un passato ancestrale, a una memoria antica. A un ordine tradizionale in senso stretto.

Qualcosa che induce taluni ad affermare che il passato è “la pietra miliare del nostro presente”. Si potrebbe continuare, evidenziando che il presente non è che la cristallizzazione del passato e dell’avvenire. E’ ciò che io ho chiamato: radicamento dinamico e che, contrariamente all’approccio antropocentrico, ci rende consapevoli di ciò che nell’uomo va oltre l’uomo. Quando Pascal definì l’uomo “una canna pensante”, trascurò il fatto che, pur essendo pensante, egli non è altro che una canna. Si può quindi affermare che egli non può pensare se non ricordando le sue radici e la sua comunione strutturale con la natura.

Torna ad affacciarsi oggi un animismo sedimentato nella memoria di lunga durata, un paganesimo che assume una forma contemporanea. La deep ecology potrebbe esserne la forma parossistica. Paganus: c’è in effetti qualcosa di “pagano” nel successo riscontrato dai prodotti bio e nel riemergere di certi valori legati alla terra, al territorio e ad altre forme spaziali. Il presente, ovvero il tempo cristallizzato in un determinato spazio: potremmo definirla l’”einsteinizzazione” del tempo, cioè una contrazione e una concentrazione del tempo nello spazio.

All’opposto del progressismo, ecco apparire la “progressività” propria del radicamento dinamico. L’ideologia del PROGRESSO pone l’accento sul potere del fare, sull’azione brutale e sullo sviluppo senza freni delle forze prometeiche. La filosofia “progressiva”, al contrario, prende le mosse dall’interiorità, per mettere in campo una potenza naturale. Ancora Prometeo e Dioniso! Ed emergono intanto simboli, dotati di capacità operative, che permettono di vedere sotto una luce diversa una vita quotidiana in cui il benessere conta poco rispetto allo star meglio. Una vita in cui, nei ritmi di lavoro e delle giornate, la qualità recupera il primo posto. Qualità della vita: un’espressione passe-partout, che però chiarisce bene lo spirito del tempo.

La saggezza della sobrietà derivante dall’accettazione tragica del presente, il piacere di essere a partire dall’essere delle cose. Un “De rerum natura” postmoderno! Dominare, controllare, possedere – riprendendo le occorrenze cartesiane, vediamo che esse costituiscono l’inconscio collettivo moderno, o anche “borghese”, visto che le ritroviamo tanto nel capitalismo quanto nel socialismo. Il denominatore comune di entrambi è che tutto (natura e società) è manipolabile, manovrabile. Tutto è à la main, disponibile a
portata di mano. La mano dell’uomo assume il ruolo del gesto creatore divino.  Ne è testimonianza artistica la Creazione di Adamo, l’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina. Dio Onnipotente trasmette all’uomo, con la punta del dito, il potere di creare ex nihilo, a partire dal vuoto siderale, informe, la natura e l’umanità. Ritroviamo, in questo dito dell’Uomo che tocca quello di Dio, il riassunto simbolico di ciò che provocherà l’uso selvaggio della Natura e delle sue risorse. L’uomo creatore, con il suo gesto, nello stesso suo gesto, si arroga il diritto di dominare, addirittura di rendere reale, ciò che è elementare: i quattro elementi naturali (acqua, fuoco, aria, terra). E’ quel gesto che definisce la realtà. Pertanto, è reale solo ciò che viene creato, solo ciò che è calcolabile, solo ciò che è utile a qualche cosa. In breve, tutto va inscritto nell’ambito dell’utilizzabile. Ha valore solo ciò che è utile! Questo l’assioma che, surrettiziamente, verrà applicato alla relazione con la natura circostante e alle relazioni su cui si fonda la società. Natura e società assoggettate all’apparato tecnocratico che, come l’imbracatura di un animale, le costringe a stare al passo, le addomestica, si adopera affinchè le energie naturali e le istintive pulsioni umane vengano rese utilizzabili. Ripetiamolo: il dito di Dio nelle mani dell’uomo. Dalla creazione alla costruzione.

Non si sottolineerà mai abbastanza questa catena semantica: costruire, costruzione, costruttivismo. Ciò che è costruito è l’opposto di ciò che è donato, essendo l’individuo il vettore di un tale processo. Dobbiamo essere lucidi: è questa ideologia “costruttivista” che sta per morire e questo significa che è possibile superare il pensiero conformista e le strutture della doxa intellettuale. L’individuo signore della natura è una categoria della modernità destinata a scomparire e con essa i cardini stessi della costruzione sociale che, a partire dalla filosofia del XVII secolo, condussero al “contratto sociale” del XVIII, affermandosi nei sistemi sociali del XIX. E’ a questa concezione contrattuale che sta per succedere la persona, finalmente protagonista dei vari patti (sociale, ecosofico, “tribale”) della postmodernità nascente.

Il nuovo spirito del tempo. Il nuovo “imperativo atmosferico”!