Basta: chi critica la gestione Covid non è un “negazionista”

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“Siamo passati dai no-vax ai movimenti no-scan e no-gel. Verrebbe da ridere, se non fosse che ci sono ancora persone, che ritengono che il Covid non esista e che la pandemia sia tutta un’invenzione”. L’assessore all’Istruzione del Comune di Rimini, il dem Mattia Morolli, liquida così – in maniera un po’ stizzita – le critiche di quanti sollevano interrogativi sulle misure di sicurezza per il ritorno a scuola registrate dalle sue parti. Lo fa invocando lo spettro inquietante del «negazionismo» e alzando un muro invalicabile. La sua è soltanto l’ultima uscita in ordine di tempo che ci segnala l’attuale balcanizzazione della società italiana. Un clima che non aiuta nessuno e che fa davvero paura.

In fondo, è difficile stabilire se siano più nocive le uscite dei no-mask o le giaculatorie allarmiste dei cosiddetti anti-negazionisti. Non fosse altro che una buona parte di questi ultimi, fino a marzo, non solo negavano il pericolo pandemico in avvicinamento, ma addirittura mortificavano chiunque andasse in metro con la mascherina o facesse pubblicamente uso dell’amuchina.

Gli aperitivi meneghini di Nicola Zingaretti sono ormai negli annali (e non è il caso tornarci). Ma anche il caso di Andrea Scanzi, passato da negatore a campione di vendite con il suo “I cazzari del Virus”, meriterebbe una riflessione. In mezzo ci sono sicuramente i cambi di registro repentini di Matteo Salvini e i passaggi dal «chiudiamo tutto» all’«apriamo tutto» in una fase dove anche la sua comunicazione granitica è entrata in avaria. Ma quella è un’altra storia.

Tutti possono sbagliare. Nessuno prima di febbraio sapeva cosa fosse il Covid. Poi sono arrivati i vari generali Pappalardo, che non raccolgono sicuramente le nostre simpatie. Così come quelli che bruciano le foto del Papa in piazza o chi si ostina a credere (perché è una credenza) che il virus sia un’invenzione dei governanti. Forse i vari governi (quello cinese in testa) non hanno sempre parlato chiaro. Metterà ordine alla faccenda soltanto la storia, ma soltanto tra moltissimi anni da oggi.

Non ci piacciono, ovviamente, neanche quelli che utilizzano il termine «negazionista» quasi fosse un manganello. Qui è il punto. Un manganello per zittire la piazza e disperdere la folla. «Negazionista» non è una parola tra le altre. Ha un carico oggettivamente oscuro, pesante, criminale e claustrofobico. Una carta che azzera il dibattito e che fa, guarda caso, rima con «nazista». C’è un oggettiva difficoltà a credere Robert Kennedy Jr, nipote di JFK, e liberal convinto, sia un fan delle camicie brune solo perché ha parlato dal palco dei no-mask a Berlino. Ma nel dibattito attuale, dove c’è un’etichetta per tutti, è difficile smistare il traffico.

Suvvia. I critici di questa gestione non sono tutti «negazionisti» (e ci mancherebbe), ma neanche complottisti. Ci sono persone di grande autorevolezza che in questi mesi hanno espresso legittime criticità. A partire da Sabino Cassese che non ha gradito il prolungarsi dello stato d’emergenza. Oppure Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Marcello Veneziani o Vittorio Sgarbi. Tutti con accenti e motivazioni differenti (Vivaddio!).

Una parola così violenta («negazionista») però annulla qualsiasi differenza, le appiattisce verso il basso e le svuota di senso. Probabilmente ha ragione Corrado Ocone quando teme che certe piazze sgangherate, come quella del 5 settembre scorso a Roma, mortifichino gli sforzi di quanti si aggrappano ai principi della libertà per puntellare le scelte governative. Ma vietare preventivamente servirebbe a qualcosa?

In Occidente, purtroppo, da anni l’avversario politico e culturale è sempre più un nemico, un criminale da censurare. Una questione seria che va nella direzione opposta rispetto ai binari della Modernità. E che tocca nel profondo gli statuti democratici. La pandemia, con l’opzione della serrata totale, ci ha messo d’innanzi alla possibilità che alcuni diritti possano essere messi realmente tra parentesi. Pensare che la cosa in sé non avrebbe sollevato interrogativi è da ingenui.

L’aggressività delle cattive etichette produce però effetti collaterali che alterano il dibattito pubblico, mettendo in crisi qualsiasi patto di convivenza civile. Anche questo va tenuto in considerazione. La continua criminalizzazione dell’altro, almeno in Italia, ha reso questo paese ingestibile e stanco. Pensiamo che sia così anche altrove. Ne dobbiamo uscire quanto prima. Prima che sia troppo tardi, ovviamente. Ma, dato il clima, siamo assai pessimisti che tutto ciò possa avvenire nel breve periodo.

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