É nei momenti duri che ci appelliamo a valori immortali

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Foto di Elijah Lovkoff da Pixabay

É nei momenti duri che ci appelliamo a valori immortali, da tutti condivisibili, che ci danno sostegno e ci ricordano la nostra storia. Le sfide attuali spesso ci fanno dubitare delle nostre certezze e dei fondamenti della nostra società. Quest’anno con la grande sfida che il nostro Paese ha dovuto e sta ancora affrontando non c’è stata possibilità di celebrare alcune ricorrenze, se non in forma ristretta, tra cui i 150 anni di Porta Pia, ma specialmente il Bicentenario della nascita del primo capo dello Stato italiano: Vittorio Emanuele II.

La figura del primo Sovrano d’Italia è stata la forza capace di riunire tutte quelle spinte unitarie molto distinte ideologicamente, cioè repubblicane, socialiste e liberali, riunendole in quella battaglia che voleva unificare la nostra terra, divisa tra staterelli autoritari e arretrati. Solo dal Piemonte poteva venire questa spinta perché solo qui vi era una politica di stampo democratico che aveva garantito le libertà fondamentali tramite lo Statuto Albertino, emanato nel 1848 da Carlo Alberto. Negli altri paesi tutte le costituzioni, oggi spesso celebrate da gruppi politici scissionisti, erano state rimosse mentre lo Statuto fu sempre difeso da Casa Savoia anche nei momenti più tragici; quando dopo la Seconda Guerra d’Indipendenza Metternich cercò di spingere per l’abolizione dello Statuto questa fu la risposta: “Casa Savoia conosce la via dell’esilio, non quella del disonore”. Il Re intraprese una politica estera che, attraverso anche l’azione di Cavour sul piano internazionale, permise la creazione di trattati e alleanze che crearono interesse in Europa per la causa italiana. Consapevole delle difficoltà e dei sacrifici da compiere Vittorio Emanuele II continuò la lotta per il sogno italiano come proclamato il 10 Gennaio 1859 nel famoso Grido di Dolore: “Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei Consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra di pericoli, giacché, nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi!”.

I, Raffaespo, CC BY-SA 2.5 via Wikimedia Commons

Attraverso i vari plebisciti il popolo italiano poté esprimere la sua volontà: l’Unità sotto la Monarchia di Casa Savoia, un esempio è quello tenutosi dopo la vittoria di Garibaldi e la sua entrata in treno a Napoli con il plebiscito il 21 Ottobre 1860 che come risultato ebbe a favore dell’unità il 99,85%. La forma “Per grazia di Dio e volontà del popolo”, applicata alla nomina di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia, è un altro esempio del passaggio del popolo italiano da semplice elemento passivo a parte attiva della vita della Nazione.

Insomma la figura di Vittorio Emanuele II non è la fautrice di un semplice cambiamento geopolitico sulla Penisola, vittima dalla caduta dell’Impero Romano di spartizioni tra le grandi potenze, ma della rinascita di un popolo che ritorna al fianco delle grandi nazioni come un’unica forza, un’unica nazione.

Sotto il Regno di Vittorio Emanuele II non abbiamo solo l’unità e l’inizio del processo democratico, cose che non sono da poco e che da sole gli hanno fatto meritare l’appellativo di Padre della Patria, ma anche i primi atti per il progresso sociale. Con l’unità si cominciarono a combattere quei sistemi feudali che ancora vigevano in alcune parti d’Italia, si cominciarono a migliorare le terribili condizioni di lavoro nei campi agricoli, nelle miniere come le solfatare e nelle industrie. Non a caso Vittorio Emanuele II viene ricordato nel 1884 dall’Associazione Generale degli operai di Torino così: “Il defunto Sovrano, Vittorio Emanuele II era stato per gli operai torinesi un vecchio amico ed un largo benefattore”. Le prime leggi sul lavoro minorile furono emanate nel 1873 seguite immediatamente dalle leggi nel 1877 sull’istruzione pubblica elementare gratuita e obbligatoria. Tutte queste riforme sociali non si fermeranno ma continueranno con ogni Sovrano. Il Re non ebbe paura di nominare governi di sinistra la cui politica era quella di forte progresso sociale e promosse la loro partecipazione anche nei governi di destra. Tutto questo fu possibile grazie a questo incredibile personaggio che oggi si tende a considerare in modo distaccato, ma non furono ne Mazzini né Garibaldi né Cavour, che comunque diedero la loro vita e il loro contributo alla causa italiana e giustamente vengono e devono essere ricordati, a dare quel definitivo colpo alla storia che oggi ci permette di vivere sotto un unica bandiera. Nessun revisionista potrà mai cambiare il fatto che nel nome del futuro italiano fatto di libertà, democrazia e giustizia sociale ha sempre creduto e combattuto il primo Capo di Stato italiano.

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