“E’ ora che le comunità locali producano energia”

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Bruno Cerabolini è Professore Ordinario di Botanica dell’Università dell’Insubria (Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita). Fra suoi ambiti di ricerca: le analisi comparative dei caratteri morfo-funzionali per le strategie ecologiche all’interno delle piante vascolari, l’interpretazione di funzioni ecosistemiche e processi vegetazionali quali la coesistenza e la dominanza all’interno delle comunità vegetali, gli effetti del disturbo, dello stress e dell’abbandono e il ciclo degli elementi – con particolare riferimento a quello del carbonio, lo studio delle capacità germinative delle piante – soprattutto per scopi conservazionistici e applicativi, il monitoraggio di habitat di interesse comunitario.

Professor Cerabolini, la CO2 è da sempre nel mirino degli interventi di salvaguardia dell’ambiente: Lei che è un esperto di Botanica, in che misura pensa che gli alberi possano compensare il quadro emissivo della CO2?

Indubbiamente gli alberi, e tutte le piante verdi, sequestrano CO2 dall’atmosfera attraverso la fotosintesi e la immagazzinano come carbonio organico nella biomassa. Tuttavia gli alberi e le piante hanno dei limiti, mentre il quadro emissivo non ne ha avuti, quindi il tasso di CO2 in atmosfera ha continuato ad aumentare con le note conseguenze sul clima. Il disequilibrio è stato messo in evidenza da tempo, ad esempio già nel 2003 su una autorevole rivista scientifica, Science, è stato pubblicato che gli ecosistemi terrestri dell’Europa potevano assorbire dal 7 al 12% delle emissioni antropogeniche di CO2 prodotte sul continente. Sebbene ci siano stati sforzi di riforestazione e di contenimento delle emissioni, si è comunque ben lontani dal pareggio, tant’è che nel bilancio mondiale 2021 del carbonio il rapporto tra emissioni da combustibili fossili e sequestro da parte degli ecosistemi terrestri è di 3 a 1. Le prospettive poi non sono rosee, il trend positivo riforestazione dell’emisfero boreale (Europa, USA, Russia, Cina), compensa meno della metà della di deforestazione in atto nelle zone tropicali (Asia, Africa e Sud America).

In ogni caso in Italia e in Europa, già da tempo sulla via della riforestazione, i margini di aumento del sequestro di carbonio per mezzo degli alberi sono piuttosto limitati: secondo calcoli teorici fatti dal mio laboratorio, anche riportando tutta la Lombardia alla vegetazione forestale originaria il guadagno si risolverebbe in pochi punti percentuali rispetto al soverchiante quadro emissivo antropico.

Il mito che tutte le nostre emissioni possano essere compensate piantando alberi è dunque da sfatare.

Sequestrare il carbonio può servire a contrastare i cambiamenti climatici, ma tecnicamente dove lo si mette?

La domanda è altamente pertinente. Come nella vita, un conto è quanto si guadagna, un conto è come si investe ciò che si è guadagnato. La questione, anche per il carbonio, è a quali investimenti sicuri e durevoli rivolgersi? In altre parole, per il carbonio sequestrato bisogna ragionare in termini di turnover con tempi lunghi, teoricamente infiniti, dato che bisognerebbe ridurre la troppa “liquidità” di carbonio sul pianeta determinata dall’utilizzo dei combustibili fossili. A prescindere dalle filiere di utilizzo e riciclo dei materiali vegetali, negli ecosistemi terrestri i tempi più lunghi di residenza del carbonio sono nel comparto suolo, ma i tempi necessari per dotare un suolo di materia organica stabile sono anch’essi lunghi. I tempi di residenza del carbonio nella vegetazione, la sorgente di gran parte del carbonio del suolo, sono più brevi: bisognerebbe puntare quindi ad accelerare artificialmente i processi di trasformazione del carbonio delle biomasse vegetali in forme più stabili e possibilmente restituirle al suolo. Una soluzione interessante già largamente adottata in altri paesi (USA, Cina, Pakistan), è rappresentata dal biochar, il prodotto della pirolisi di legno o biomasse in assenza o scarsità di ossigeno; se vogliamo è l’evoluzione del carbone vegetale o della carbonella. È provato che il biochar costituisce un ottimo ammendante dei suoli che ne incrementa la fertilità e una riserva di carbonio stabile. Inoltre il carbonio sequestrato con il biochar è direttamente quantificabile, mentre nelle comuni app la capacità di sequestro degli alberi si basa su modelli.

E’ vero che l’aumento delle specie esotiche è una causa dei cambiamenti climatici?

È stato ampiamente dimostrato che l’aumento di piante esotiche è dovuto ai cambiamenti climatici, in particolare alla diminuzione di gelate invernali nei climi europei. Studi autorevoli sono stati condotti nella vicina Svizzera e riportati nel film documentario “Una scomoda verità”. Feed-back negativi sul clima determinati dalla diffusione delle piante esotiche non vengono invece sistematicamente riportati.

La diffusione di specie aliene invasive (IAS) ha comunque importanti concause, che per le piante risiedono nell’uso quasi smodato di specie esotiche, che determina una elevata “pressione di propaguli” (semi, frutti, parti vegetative) nell’ambiente, e nel degrado della vegetazione spontanea, che fornisce spazi e lacune colonizzabili.

Le biomasse vegetali possono assolvere a scopi energetici?

Va da sé: per definizione rappresentano l’energia solare trasformata dalla fotosintesi in energia chimica. Il vero problema è come procurarsele e come organizzare una rete per il loro utilizzo. Sul fronte approvvigionamento trovo che abbia molto senso l’utilizzo di biomasse “di risulta”, ovvero derivate da scarti di produzioni agricole, zootecniche, agroindustriali e della distribuzione. Un campo che mi sta a cuore è quello della gestione della vegetazione spontanea e delle aree protette, spesso gli interventi di riqualificazione si risolvono nella produzione di ingombranti biomasse il cui smaltimento comporta problemi e costi, invece di rappresentare una risorsa – lo stesso dicasi di tutto ciò che viene tagliato nella manutenzione di parchi e giardini – per cui si interviene poco e le zone umide si interrano, le praterie ad alta biodiversità diventano boscaglie e le piante aliene invasive si propagano quasi indisturbate.

Perché le biomasse di risulta rappresentino effettivamente una risorsa va comunque risolto anche il problema del loro utilizzo: le biomasse hanno in genere un basso contenuto specifico di energia, per cui non è conveniente, economicamente e ecologicamente, farle viaggiare a distanza. Necessitano quindi di una rete sul territorio di impianti, anche modesti, ma siamo ancora ben lontani.

Trovo invece poco sensato coltivare direttamente biomasse per scopi energetici, dato che possono comportare problematiche legate alla diffusione di piante aliene invasive (come il miscanto o il bambù) e problematiche di tipo etico, quali l’occupazione di terre coltivabili o l’utilizzo di piante adatte anche all’alimentazione umana che, oltretutto, possono scatenare fenomeni speculativi sui mercati internazionali, come in anni passati.

Combustibili fossili e politiche antinucleari: con la crisi globale, Lei vede un’evoluzione netta nell’una o nell’altra direzione?

Da semplice cittadino vedo una gran indecisione e titubanza verso il nuovo e temo che siano ancora forti gli interessi del “business as usual”, comunque penso che la partita debba essere giocata con più insistenza sul fronte del contenimento e della riduzione dei consumi, dove immagino ci siano ancora ampi margini per la ricerca, l’innovazione tecnologica e la razionalizzazione dell’uso. Sul lato approvvigionamento penso che la sostenibilità si possa raggiungere attraverso un assetto sempre più decentrato nel quale le comunità locali siano responsabili della produzione e del consumo di energia. All’opposto bisogna considerare che le grosse concentrazioni di produzione di energia, in qualsiasi forma, sono obbiettivi sensibili da un punto di vista strategico e che inoltre sono molto pericolose in caso di incidenti.

Cosa dovrebbe fare il nuovo Governo per affrontare “il Generale Inverno” alle porte?

Difficile da dire per botanico, seppur ambientale. Certamente il primo pensiero va alla risorsa legno, o alle biomasse in genere, ma temo che non siamo ancora organizzati per utilizzare a pieno queste risorse, perché, come ho detto, mancano impianti e filiere.

Per l’uso domestico della legna poi, la normativa spesso non aiuta dato che sembra considerare maggiormente gli effetti negativi legati alle polveri sottili. Legno e biomasse sono pur sempre fonti di energia rinnovabile il cui utilizzo andrebbe incentivato, quindi sotto con stufe e caminetti, purché legna o pellets non abbiano viaggiato per centinaia o migliaia di chilometri!

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