La terra dei padri, la madre Patria. Per i nostri figli

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fonte foto: viagginews.com

Tra tutti i concetti politici quello di patria è il più difficile da circoscrivere, nel tempo è stato frainteso, piegato ad
esigenze ideologiche diverse e perfino opposte, stiracchiato da un lato e dall’altro, messo in soffitta poi tirato giù
alla bisogna come un vecchio cappello che si usa una sola volta all’anno. D’altronde la retorica legata alla patria si consolidò nel Risorgimento e dopo nel Fascismo, che del Risorgimento voleva essere completamento, così che per opposizione durante l’intera Repubblica in cui è prevalsa la componente internazionalista di matrice socialista e comunista, e ancor oggi, resta parola guardata con sospetto, preferendo il più anodino “paese”, ed anzi i suoi derivati sono usati o con sufficienza o quasi per screditare: “patriottismo”, “patriota”, “patriottardo”. Certo, anche la crasi trapatria e Nazione, e tra patria e Stato, non ha giovato perché pur essendo “nazionalismo” e “statalismo” vessilli di opposte fazioni trovano spesso un’infelice sovrapposizione: ed invece bisognerebbe amare la Nazione senza essere nazionalisti, e sopportare lo Stato senza essere statalisti o idolatrarne l’essenza e la cieca burocrazia.
Eppure patria ha un suo contesto semantico così bello, afferendo al latino pater a sua volta del greco πατήρ, cioè al termine padre, intendendo appunto come prima cosa la terra dei padri. Da cui un’altra splendida parola, “patrimonio” che lega il termine pater al termine munus che sta per dono, ma anche per compito e dovere; il dovere del padre sarebbe quello dunque di preservare e tramandare un complesso di beni e cose che a sua volta essendo
patrimonio innervano di senso la patria, e dunque c’è un amorevole triunivocità tra padre, patria, patrimonio. Ma la patria, come dice Elias Canetti, non è solo un luogo, bensì una lingua ed è per questo che ci sentiamo a casa non solo quando troviamo una corrispondenza geografica tra noi e il mondo circostante, essendo sufficiente una corrispondenza linguistica tra noi e il nostro interlocutore per confortarci. La stretta derivazione di patria da padre non deve però farci dimenticare che la patria linguistica è una madre lingua e il concetto di madre/mater rientra pienamente nella felice espressione “madre patria” che tiene insieme l’aspetto paterno e quello materno del luogo da cui provengono i nostri genitori, i nostri avi, e che tutt’ora abitiamo noi.
Ovviamente la patria ha dei confini, geografici, linguistici, etnici, culturali che formano una sorta di recinto – tenendo a mente che il paradiso è un giardino recintato – dentro il quale si costituisce una comunità che inizialmente può essere di sangue o di destino. In questo senso, il concetto di patria archivia però quello di tribù, poiché i legami di sangue essenziali per appartenere alla prima, spesso un gruppo nomade, sono sostituiti da legami culturali e sociali all’interno di un dato territorio prestabilito che è stato originariamente conquistato e che poi viene difeso e che diventa nazione, cioè l’insieme dei nati in quel luogo e che si riconoscono in una tradizione simile. Questo recinto ha dimensioni mobili, tanto che specie in Italia storicamente si può parlare di “patrie singolari”, prendendo a prestito la definizione di Carlo Cattaneo, cioè si può pensare al nostro Paese come la somma di piccole patrie, i cosiddetti campanili, ognuna delle quali in proficua competizione con le altre, e pensare la nazione addirittura come il prodotto, perfino esuberante e confusionario, della moltiplicazione di esse. Da Cicerone a Virgilio, il primo arpinate e il secondo mantovano,
il termine patria viene dunque utilizzato per descrivere il paese dove si nasce e risiedono gli affetti intimi e sono sepolti gli avi, oppure una singola città, una provincia, una regione, o infine l’intero territorio nazionale a seconda della sensibilità dell’autore e del tempo storico in cui ci si situa. A questa diacronica definizione, culturale e valoriale, partecipano Dante, Petrarca, Leopardi, Foscolo, Machiavelli, Guicciardini, Manzoni, solo per citare i massimi, che danno un contributo in tal senso anche dal punto di vista linguistico.
La contemporaneità main stream, quella improntata al più vieto politicamente corretto, preferisce in tutte le sue declinazioni l’ideologia mondialista che tende a disgregare il concetto di patria e ad eroderne i confini in nome di un ipotetico mondo nuovo senza frontiere i cui valori fondativi sarebbero il minimo comune denominatore tra varie diverse civiltà, tanto che forme di sovranismo per reazione sono nate in opposizione ad essa e a questo progetto per certi versi disumano. Fuori dal recinto di senso della patria (quale essa sia per dimensioni) si vive infatti una situazione di
spaesamento e sradicamento in cui non c’è il cosmopolitismo chic che ci promettono i social, semmai solitudine. Ed è per questa ragione che la patria deve essere amata e difesa, ancora.

Angelo Crespi

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