Possiamo apprezzare il bello senza impicciarci dell’eticamente corretto oppure no?

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Foto di mohamed Hassan da Pixabay

L’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, l’organizzazione deputata alla consegna degli Oscar, ha deciso di prendere dei provvedimenti per combattere le discriminazioni di genere, l’omofobia e il razzismo. Per farlo, ha stilato quattro criteri. Se almeno due di questi non verranno soddisfatti sarà impossibile accedere agli Oscar.

Il primo riguarda i protagonisti, i ruoli secondari e la trama del film: questi dovranno coinvolgere una minoranza etnica, il 30% donne o membri della comunità LGBTQ. Il secondo si occupa invece dei membri dello staff che, dal direttore del casting al compositore fino al makeup artist, dovranno far parte di un gruppo sottorappresentato (donne, etnia, gruppo LGBTQ, persone con disabilità). Il terzo criterio è incentrato su eventuali collaborazioni, a partire da apprendistati o tirocini pagati, fino a possibilità lavorative in dipartimenti come VFX, produzione, musica, post-produzione, che dovranno essere garantiti a persone facenti parti di minoranze etniche, di genere o altro. In ultimo, la produzione dovrà avere almeno un produttore esecutivo senior appartenente alle minoranze elencate.

Il presidente dell’Academy David Rubin e il CEO Dawn Hudson commentano così, tramite un comunicato congiunto, i provvedimenti: “riteniamo che gli standard di inclusione saranno un catalizzatore per un cambiamento essenziale e duraturo nel nostro settore. L’apertura deve allargarsi per riflettere la nostra eterogenea popolazione globale sia nella creazione di film sia nel pubblico che si connette con loro. L’Academy si impegna a svolgere un ruolo fondamentale nel contribuire a rendere tutto ciò una realtà”. Una realtà di automi, selezionati non per personalità, carisma e bravura ma per il colore della pelle, il genere e l’orientamento sessuale.

Non è forse questo, l’annullamento di qualsiasi principio di individualità, a favorire la delegittimazione di qualunque unicità? E senza unicità come si può pensare che si sviluppino il pensiero critico e la sensibilità necessari per comprendere le reali discriminazioni e combatterle fattivamente? E inoltre, paradossalmente, così non si fa altro che sottolineare ancora di più le differenti categorie, quando di fondo il messaggio dovrebbe essere l’opposto, ossia che siamo tutti uguali. Ridurre gli uomini ad automi preconfezionati, fatti con lo stampino e inquadrati in stereotipi solo per fare notizia è inquietante. Anche perché, di fatto, a risolvere i problemi reali ci pensano altri, che ottengono più risultati; ma, guarda caso, lo fanno sempre senza ostentare visibilità e macabra propaganda ideologica.

Propaganda di casa anche in Italia, dove Pierfrancesco Favino, il vincitore della 77ª edizione Mostra del Cinema di Venezia conclusasi pochi giorni fa con la vittoria di “Padrenostro”, ha così commentato l’arrivo di Matteo Salvini, al fianco della compagna Francesca Verdini: “Non l’ho invitato. Ma se devo ragionare in termini di manipolazione, non credo che questo sia un film che dia questa possibilità, non è manipolabile. Non è un film pro poliziotti o pro Nap (Nuclei armati proletari) ma sui bambini, perciò spero che il suo non sia un viaggio a vuoto”.

Dev’esserci sempre un doppio fine, una morale da promulgare, architettata con l’accuratezza di un sofista, oppure è ancora consentito apprezzare un artefatto per la bellezza del valore artistico, che prescinde totalmente da ciò che è eticamente corretto oppure no?

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