80 anni fa l’omicidio Gentile. Un filosofo che ha lasciato il segno

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Sono passati esattamente 80 anni dall’omicidio di Giovanni Gentile da parte di Bruno Fanciullacci, partigiano comunista dei Gap. Un atto brutale su cui si è riflettuto sempre troppo poco in Italia, per via dell’adesione al fascismo (ancora oggi “arma politica” strumentale che impedisce un sereno dibattito storico) del filosofo idealista. Per questo non si può non guardare con favore agli sforzi del Ministero della Cultura, in primis la mostra inaugurata proprio oggi, volti a valorizzare Gentile e inquadrare scientificamente e criticamente la sua vita e le sue opere. Perché di opere che hanno lasciato il segno il filosofo ne fece tante, e basti qui l’indicativo elenco stilato da Spartaco Pupo e ricordato in parlamento dall’onorevole Alessandro Amorese: «non solo la riforma epocale della scuola, ma anche l’Enciclopedia italiana, l’Istituto di Cultura Italia Germania, la Bocconi, la Normale di Pisa, la Casa Galileiana, l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente e il Centro nazionale di studi manzoniani. Sta in queste e altre creature il valore storico, oltre che speculativo, dell’attualismo di Gentile».

Nella sua visione trovarono spazio profonde critiche verso l’individualismo “astratto”, il materialismo, l’idea di cultura “neutra” o quale mero “esercizio di stile”. L’uomo secondo Gentile doveva essere un soggetto vivo e attivo della storia, artefice della società e dello Stato quale comunità spirituale. Da qui la sua idea di Stato non esterno al singolo ma quale “processo” in continuo divenire, creazione e volontà della Nazione e dei cittadini, da realizzarsi in interiore homine arrivando a coniugare l’autorità con la libertà. Una visione profondamente sociale secondo cui “in fondo all’Io c’è un Noi”, cioè la comunità a cui si appartiene, base dell’esistenza spirituale.

Partendo da queste premesse Gentile si batté per l’edificazione di uno Stato che superasse quelli che considerava i limiti del liberalismo classico realizzando l’unità di pensiero e azione e valorizzando il lavoro quale soggetto dell’economia: “Perché il cittadino non è l’astratto uomo; né l’uomo della ‘classe dirigente’ – perché più colta o più ricca, né l’uomo che sapendo leggere e scrivere ha in mano lo strumento di una illimitata comunicazione spirituale con tutti gli altri uomini. L’uomo reale, che conta, è l’uomo che lavora, e secondo il suo lavoro vale quello che vale. Perché è vero che il lavoro è lavoro, e secondo il suo lavoro qualitativamente e quantitativamente differenziato l’uomo vale quel che vale”. Queste parole, tratte dalla sua ultima opera Genesi e struttura della società raccontano quell’umanesimo del lavoro che fu uno dei suoi lasciti più affascinanti: il tentativo di elevare lo sforzo materiale al fianco di quello intellettuale e di farne i perni di un nuovo sistema di rappresentanza politica e di economia “etica”. D’altronde, proprio in questi tempi di transizioni e rivoluzioni tecnologiche, si è arrivato a parlare di “umanesimo del lavoro digitale” (Leonardo Valle) per costruire cambiamenti che non riducano l’uomo a “macchina calcolatrice”, come scrisse Mazzini, un riferimento imprescindibile per Gentile.

Da queste poche righe si evince come la traiettoria culturale di Gentile fu complessa, capace di segnare un’epoca e “toccare” trasversalmente tanti pensatori tra cui Gramsci (nell’idea di intellettuale organico); scatenare polemiche di alcuni settori del fascismo “intransigente” (si legga in questo senso Il Gentile dei fascisti di Alessandra Tarquini); contribuire indelebilmente con libri, scritti e Istituti a diverse pagine di storia; aprire spunti di riflessione, stimolare critiche e apprezzamenti che ancora oggi meritano di essere discussi nel grande quadro della cultura (e dell’identità) italiana.

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