Grazie al civismo patriottico la società diventa comunità

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La battaglia di Legnano in un dipinto di Massimo d'Azeglio

L’ identità è senza dubbio una cosa di vitale importanza. Ciò vale per le persone come per i popoli: conoscere a fondo se stessi è la chiave per vivere in armonia, agendo secondo le proprie possibilità e pensando secondo i propri bisogni. É quando si comprende la propria natura, infatti, che si raggiunge la sintonia, ed è proprio quando la si studia, la si cura, la si conserva, che si arriva ad affermarsi completamente.

Come detto poc’anzi, questo concetto é applicabile sia alla persone che – allargando prospettiva – ai popoli, alle nazioni.

Tuttalpiù, si può dire che un popolo senza identità banalmente non è un popolo; é, invece, un gregge. Senza identità non vi è coesione e senza coesione non vi è nazione, la quale, parafrasando Renàn, filosofo e storico francese di fine ‘800, non è tanto un pezzo di terra, un territorio segnato da confini consistenti in catene montuose, corsi d’acqua o sterminati campi, quanto più una comunità di persone che hanno in comune una storia, dei ricordi e, nondimeno, la voglia di stare insieme (quella che Renàn stesso definiva “il plebiscito di tutti i giorni”).

L’ identità di un popolo, di una nazione è infatti frutto di lungo processo: non la si può creare da un giorno all’altro; tuttavia la si può cercare, nella propria Storia, nei propri antenati, nei propri costumi, nei lutti e nelle vittorie che abbiamo in comune.

Ecco, va cercata, ricercata alle volte, e conservata, in quanto fiamma della nostra società. Se vogliamo è lo stesso concetto espresso da Cicerone nella celebre locuzione “Historia magistra vitae”, solo che in questo caso si riferisce alla vita di una comunità, in cui è e dev’essere la propria storia, la propria cultura a dettare l’agenda (“il passato segna i doveri dell’avvenire”, ebbe a dire Crispi).

Una società che invece non si conosce, o che addirittura non ha una storia alle spalle da difendere, è destinata prima o poi a implodere. Come? Omologandosi. Una volta omologata perde infatti la sua vivacità, la sua unicità intrinseca, che non la rende strana o inferiore, ma solamente speciale. Di qui lo sforzo necessario di preservare quanto più possibile il proprio patrimonio artistico e culturale, a tutti gli effetti la più sincera espressione della tanto ricercata identità. Di qui anche la necessità mazziniana di anteporre i doveri ai diritti, i quali non vanno affossati ma nemmeno assecondati all’eccesso, fino a divenirne schiavi. La necessità quindi di instaurare un sano civismo patriottico (non nazionalista) tra i cittadini, che non solo unisca la società, ma che la rafforzi, dall’interno.

Ci si potrebbe chiedere, allora, perché un simile portento volto al progresso della nazione non abbia mai funzionato nel nostro paese. Ebbene, la Storia individua la causa di ciò nell’autoritarismo. L’autoritarismo di chi ha imposto il suo modello di società con la forza ai cittadini, negando loro in realtà gli strumenti per arrivare ad essa, impersonificato su tutto da un certo recente universalismo globalista.

Il fattore per la riuscita della ricerca di un’identità nazionale sta, dunque, nel tentativo -sia pur titanico- di ottenerla passando per valori democratici e repubblicani.

Solo in quel caso infatti, quando scaturirà spontanea la coscienza di appartenere a qualcosa nei cittadini, gli italiani saranno un popolo. Solo in quel caso l’Italia potrà essere forte, e la ragione di ciò sarà in se stessa.

Perciò é dovere di ogni patriota di questo paese infondere, più d’ogni altra cosa, la volontà di riscoprire quell’identità perduta mai troppo cercata.

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