Il sano ecologismo dei piccoli gesti del sindaco Fioravanti

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C’è chi blocca il Raccordo Anulare e chi tira salsa contro i quadri nelle gallerie nel nome del “pianeta”. Poi c’è chi invece affronta i problemi ambientali a partire da una visione razionale, logica, politica nel senso più alto del termine. Questo è l’obbiettivo che si pone Marco Fioravanti – sindaco di Ascoli Piceno, atleta e scrittore – con il suo libro “Noi siamo l’ambiente” (Baldini & Castoldi, pp. 144, € 15,00). Una discussione costruita su ragionamenti consequenziali, senza isterismi, per questo largamente condivisibile ma anche in certi punti contestabile, sempre sulla base strettamente razionale di un dialogo scientifico. Perché – sorpresa! – nell’epoca dei siparietti televisivi fasulli come una moneta da 3 euri, si può anche essere d’accordo che non si è d’accordo, senza doversi alzare e togliere il microfono a beneficio di cameraman. E poi lavorare su ciò che unisce e che trova concordia.

“Noi siamo l’ambiente” (Baldini & Castoldi, pp. 144, € 15,00)

E moltissimi sono per l’appunto gli aspetti del libro su cui ci si può trovare d’accordo con l’autore fin nelle virgole: ad esempio quei punti troppo spesso lasciati in secondo piano nel discorso ecologista, come la politica dei piccoli gesti individuali, in grado di generare masse critiche di benefici collettivi e la rivendicazione di una via nazionale alla conservazione dell’ambiente, perché se “l’inquinamento non conosce confini”, “ogni Stato deve pur tuttavia essere libero nel determinare la propria strada per raggiungere i suoi obiettivi in quanto i livelli di partenza di inquinamento, di industrializzazione e di innovazione differiscono da Paese a Paese”. Fioravanti dunque è quanto più lontano possibile dai savonarolismi degli eco-vandali e dei loro finanziatori interessati, segretamente odiatori dell’umanità e desiderosi di vedere la razza umana decimata (beninteso, solo i poveracci stracci. Loro, i “felici pochi” devono essere liberi di girare in aereo privato, SUV e panfilo). Nel libro, vivaddio, non si parla mai di “sovrappopolazione”, mantra degli ambientalisti neo-malthusiani per i quali i soprannumerari sono sempre gli altri, né di controllo delle nascite o di un pianeta “progettato” (non si capisce bene da chi) per un certo numero di individui (gli altri scendano alla prossima). Non compaiono le allucinate soluzioni dei fanatici quali l’abbandono delle terre. Anzi, Fioravanti è assertore della necessità di ripopolare le zone marginali, in linea con la migliore tradizione italiana della Bonifica Integrale di Serpieri, di cui CulturaIdentità ha parlato lo scorso 30 dicembre.

Da nessuna parte nel libro si legge che per “salvare il pianeta” occorre sostituire le bistecche con le barrette di grilli, in una versione un po’ più ruffiana che gli incubi distopici alla “Snowpiercer”, con l’ultima classe del treno costretta a ingollare gelatina di bacarozzi tramoggiati e i passeggeri in prima nell’imbarazzo della scelta fra cernia, filetto e sushi.

Aspirazione all’autosufficienza delle comunità (da quelle urbane via via crescendo fin quelle nazionali), economia circolare, riduzione degli sprechi (un comandamento prima etico che materiale, poiché in ogni religione lo spreco è sprezzo della Grazia di Dio), sviluppo armonico dell’economia con l’ambiente (altro che “decrescita felice”!) sono alcune delle parole chiave del pensiero ecologista di Fioravanti. Si può invece crescere, sapendo che se anche le frittate si fanno rompendo le uova, questo deve avvenire razionalmente, con criterio, sapendo di dover poi passare la pezza sul bancone il prima possibile. È il concetto di “non arrecare danno significativo”. Tutt’altro che il mito incapacitante dell’ambientalismo NIMBY (not in my back-yard) ma un’esortazione a fare, purché con consapevolezza e responsabilità.

Fioravanti non si limita alle affermazioni di principio. Fornisce dati, numeri, prospettive concrete. Per esempio, chi sapeva che sfruttiamo solo il 5% delle acque reflue, una risorsa (puzzolente quanto si vuole), che scarichiamo in mare anziché riutilizzare per ricavarne materie prime. Oppure che il fanatismo anti-diesel metterebbe a rischio in Italia 150 mila posti di lavoro. Su dati come questi – e solo con questi – è possibile costruire una piattaforma programmatica di largo respiro. In cui quel 30% del “pianeta” che gli obbiettivi internazionali vorrebbero “proteggere dall’uomo” diventano invece protetti con l’uomo, in quanto esso stesso variabile della medesima funzione. Del resto, scrive il sindaco di Ascoli Piceno, “non si può disgiungere il benessere dell’ambiente da quello della società”. Simul stabunt aut simul cadent.

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