“Gli Adorabili”. Quando Oriana Fallaci incontrava Hollywood

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«Ho portato a Hollywood una valigia di spaghetti per Sofia Loren. Glieli ho portati da Roma, me li aveva dati sua madre, e credo che pochi avvenimenti abbiano eccitato in queste ultime settimane il frivolo sobborgo di Los Angeles quanto la notizia che una giornalista italiana aveva portato gli spaghetti a Sofia». Dell’attrice di Pozzuoli trapiantata negli Usa non c’è molto da dire se non che all’epoca era considerata “il più bel monumento fatto a mano che gli italiani posseggano”, oltreché un’icona di travolgente bellezza, qui colta nel suo momento aureo; quanto alla giornalista carica di pasta proveniente dall’Italia, trattasi di una giovane Oriana Fallaci, inviata per conto de L’Europeo, settimanale di attualità allora diretto da Michele Serra, da poco insediatosi al posto del fondatore Arrigo Benedetti.

L’articolo in questione è uno straordinario ritratto della diva che, seppur circondata dallo scintillio glamour del jet set americano, operava fino allo sfinimento e con dedizione encomiabile nel ripetere il copione anche per un’ora filata se necessario; proprio come durante le riprese di Desiderio sotto gli olmi di Delbert Mann. Con tutto che doveva schermarsi di continuo dall’invidia di nemiche giurate come la procace Jayne Mansfield, indaffarata nei cocktail losangelini a calamitare su di sé il desiderio di uomini rapiti dal fascino della “florida contadina” venuta dal Bel paese. Come biasimarli. Sofia Loren aveva «quegli occhi verdi nei quali chi guarda troppo a lungo si sente perduto», secondo una felice istantanea della Fallaci, lei stessa perfettamente a suo agio nel vorticoso mondo a stelle e strisce. Specchio di identità molteplici. Tra cui quella italiana, davvero impossibile da celare se è vero che, all’indomani dell’arrivo della giornalista toscana in terra statunitense, dall’altro capo del telefono è proprio Sofia a prorompere aggressiva: «Mo’, li volemo magna’ ‘sti spaghetti? È da ieri che me torturano pe’ sape’ se li ho ricevuti».

Oriana Fallaci, Gli Adorabili (Rizzoli, 2023), 18,50 € – pp. 352

Contro gli artifici della Hollywood più patinata, le straordinarie cronache che Oriana Fallaci realizza tra il 1954 e il ’59 per L’Europeo, e ora raccolte in Gli Adorabili (Rizzoli, 2023), restituiscono tutta l’umanità, la simpatia, i vizi e le virtù delle grandi star di allora, da Audrey Hepburn a James Dean, da Ava Gardner a Brigitte Bardot, passando per Ingrid Bergman ed Errol Flynn. Personaggi che facevano letteralmente impazzire milioni di fan tanto erano irraggiungibili e distanti. Tutto il contrario di quello che succede oggi, laddove l’iper-presenzialismo e l’ossessione social annullano quel diaframma che nel vecchio mondo separava ancora nettamente le celebrità dalla massa degli adoratori. Si prenda il caso di Marylin Monroe, la più amata tra i grandi nomi presenti nel volume. Il 9 gennaio 1956 è il regista Jean Negulesco a smorzare l’entusiasmo della Fallaci rispetto alla possibilità di incontrare la protagonista di Come sposare un milionario e A qualcuno piace caldo, dicendo quanto segue: «Darling, l’America è forse il Paese più democratico del mondo. Può vedere chi vuole, quando vuole. Ma ci sono due persone alle quali non riuscirà mai a parlare a quattr’occhi: Eisenhower e Marylin Monroe». Nonostante i vari inseguimenti su e giù per New York, in cui si vede la Fallaci saltare da un teatro all’altro e da una festa all’altra, in effetti l’incontro non avverrà mai. Tuttavia, vi saranno diversi avvicinamenti. Ad esempio, con il marito Arthur Miller, scrittore e drammaturgo accusato di simpatie comuniste, e per questo messo sotto processo dal comitato per le attività antiamericane, di cui la Fallaci ammira, tra le altre cose, la dote di brillante conversatore. Ma soprattutto, è grazie a informatori fidati che la giornalista riuscirà nell’impresa di raccogliere confessioni, pensieri, meditazioni per cui di Marylin se ne ricava un’immagine del tutto inedita. Cioè, lontanissima dallo stereotipo di donna ingenua e sempliciotta cui spesso indugiava la maggior parte della stampa. «Nella mia vita – sostiene la Monroe – non ho mai desiderato gioielli, automobili o calze costose. I gioielli mi intimidiscono, le automobili non mi servono perché c’è sempre qualcuno che mi mette a disposizione la sua, delle calze posso farne a meno perché ho i piedi ben fatti. Quello che ho sempre desiderato, invece, è un bel letto comodo, possibilmente a due piazze e mezzo, un marito saggio e un bambino. Il letto e il marito saggio ce l’ho. Presto arriverà anche il bambino. Non chiedo di più». Desiderio quest’ultimo che, purtroppo, rimarrà tale, date le complicazioni legate alla salute cui andrà incontro di lì a poco. Per colpa delle quali sarà costretta a rinunciare al sogno di diventare madre e di avere, finalmente, una vita normale. Tutto ciò, a pochi anni dalla scomparsa, che avverrà nel 1962.

Molto belli anche gli articoli dedicati ad Audrey Hepburn e al suo rapporto con il regista e produttore Mel Ferrer. L’attrice di Colazione da Tiffany dichiara a più riprese un grande amore per l’Europa, e per l’Italia in particolare, tale da considerarsi a tutti gli effetti una nostra connazionale. Beverly Hills? Hollywood? Vade retro. Piuttosto, la coppia preferisce vivere appartata tra le montagne di Bürgenstock e il vicino Lago di Lucerna, così da poter fare tappa a Roma, la loro città d’elezione. Dove l’attrice di origini olandesi, considerata l’anti Marylin per via dell’aspetto androgino, oltre ad aver realizzato il capolavoro Vacanze romane con Gregory Peck, girerà nel 1959 Storia di una monaca di Fred Zinnemann, forse una delle parti più toccanti delle tante che ha interpretato. Anche qui, dalle cronache della Fallaci promana l’immagine di una donna molto diversa dai soliti cliché in quanto, laddove accusata da più parti di essere succube del coniuge, è lei stessa a dichiarare: «io sono una creatura fragile ed ho bisogno d’essere guidata. Le qualità di Mel sono così straordinarie che sono fiera di seguire i suoi consigli». Chissà il putiferio che scatenerebbero oggi dichiarazioni del genere. Eppure, quella fragilità sembra essere tutto fuorché debolezza. Semmai, una delle tante sfumature di una donna complessa. A tal proposito, viene in mente l’incontro con Anna Magnani, in cui la Fallaci definisce l’attrice romana “cento donne insieme”, «ciascuna delle quali cambia colore come le figurine di un caleidoscopio». Eccolo, allora, il filo rosso che accomuna ogni personaggio di questa magnifica galleria: l’irriducibilità a qualsiasi etichetta, costi quel che costi. A ben pensarci, il tratto distintivo di tutta la vita di Oriana Fallaci.

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