Giovanni Falcone, il ragazzo della Kalsa della Palermo giusta

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“Giovanni Falcone era un ragazzo di Palermo, un ragazzo della Kalsa, quartiere del centro storico della città. In quel quartiere è cresciuto ed ha frequentato Paolo Borsellino, anche lui nato e cresciuto alla Kalsa, ed in quel quartiere ha conosciuto anche coloro che sarebbero diventati i capi zona della mafia. Questa è Palermo, una città dove due mondi, opposti, si incontrano, si frequentano, ma dove molti, coraggiosamente, non cedono alla complicità. Falcone frequenta le elementari al Convitto nazionale, alle spalle della Cattedrale, scuola che adesso porta il suo nome. Laureato in Giurisprudenza, sceglie di diventare magistrato e si dedica alla lotta alla Mafia.

Il suo essere un ragazzo della Kalsa lo aiuta a conoscere storia, uomini e mentalità che alimentano criminalità e connivenze, frutto di interesse o paura. Il più importante pentito, Tommaso Buscetta, volle parlare solo con lui. Nelle carte del maxi processo è interessante notare come tutti i verbali delle deposizioni, siano scritti dal giudice di suo pugno. Con quelle carte, assieme a Paolo Borsellino, mette in piedi l’apparato accusatorio del Maxi Processo. Il lavoro di preparazione fu concluso all’isola dell’Asinara, dove i due giudici e le loro famiglie furono tenuti sotto protezione per evitare attentati. Protezione di cui fu chiesto il conto di vitto ed alloggio.

Nel libro Cose di cosa nostra, pubblicato nel 1991, intervista a Falcone raccolta da Marcelle Padovani, il giudice afferma: “L’unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso”. Non a caso il signor Giovanni Grassi, parente di Cesare Mori, ebbe un incontro, su richiesta dei due giudici prima del Maxi processo, affinchè fornisse loro i documenti-diari del Prefetto di Ferro che di Maxi processi ne fece istruire a decine, portati a buon fine dal Procuratore generale dell’epoca Luigi Giampietro. La battaglia di Falcone non è solo sul fronte criminale, presto si apre il fronte all’interno della Magistratura che lo esclude da quelle posizioni di vertice che gli consentirebbero di proseguire il lavoro svolto. Si apre anche il fronte politico: c’è chi lo accusa di incriminare avversari politici. Capisce a poco a poco che attorno a lui si va facendo il vuoto che lo rende obbiettivo facile per la vendetta di Cosa Nostra. Subisce un attentato, fortunatamente sventato, ma in città la calunnia corse veloce e parlava di falso attentato architettato dallo stesso giudice.

Trasferito a Roma, al Ministero di Grazia e Giustizia, lavora alla creazione di un coordinamento delle attività investigative contro la criminalità e si ritaglia anche momenti di libertà di movimento dalla scorta che ormai lo protegge da anni. Un sabato, tornando da Roma, trova la morte assieme alla moglie ed agli agenti di scorta, sull’autostrada che porta a Palermo dall’aeroporto di Punta Raisi. Il suo martirio rende evidente la sua linearità di azione e le tante forze che pubblicamente e tacitamente hanno lottato per impedirgli di compiere il suo dovere di servitore dello Stato. Episodio poco raccontato dalle cronache, dopo 15 giorni dall’attentato di Capaci, un incendio distrugge il cantiere navale di proprietà del cognato e della sorella Anna. Ulteriore vendetta di una criminalità che avrebbe continuato la sua azione nei mesi successivi. Oggi Falcone riposa nella Basilica di San Domenico, il Pantheon di Palermo, nella stessa Chiesa in cui si svolsero i suoi funerali. Tornato nel centro storico, il ragazzo della Kalsa oggi riposa fra gli illustri di Sicilia.