La chips nemica dell’Ostia

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Patatine al posto dell’Ostia. Non è satira anticlericale né blasfemia da liceali, ma l’ultima trovata pubblicitaria di una nota marca di snack fritti. Lo spot, immediatamente disconosciuto dal committente Amica Chips, che l’ha rimosso dal suo canale youtube, è stato sostituito con uno un po’ meno indecente, ma sempre volgare, in cui una suora sgranocchia irrispettosamente patatine fritte mentre avvenenti consorelle prendono la Comunione. In ogni caso, Il Comitato di Controllo dell’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap) ha “ingiunto le parti coinvolte di desistere dalla diffusione di tale campagna” in quanto in contrasto con l’art. 10 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, che recita: “La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose”.

Questa accoppiata di pubblicità è stata giustamente definita da Stelio Fergola “più brutta che blasfema”, perché mostra la pochezza di idee del laicismo. Tuttavia (e basta leggere i commenti social) spalanca la consueta, ovvia, scontata domanda: “perché non provano a farla con i dogmi di un’altra religione?”. Le idee sono infinite: perché non prendere in giro i mussulmani che fanno digiuno durante in Ramadan? O gli ebrei con le loro oltre seicento proibizioni alimentari? E stiamo parlando di fare spirito non sui pilastri fondanti, com’è l’Eucarestia per i cattolici, bensì sulla ritualità. Eppure sappiamo benissimo che nell’era della suscettibilità (cit.) anche solo aver messo per iscritto queste due possibili idee espone all’accusa di “razzismo”, “anti-islamismo”, “anti-semitismo”, “hate speech” e compagnia cantante (con tutti i rischi fisici, civili e giuridici che ne conseguono).

Dei cattolici, invece, chi se ne frega. Così per la prima volta in televisione ci si sente in diritto di vilipendere apertamente quello che è il più sacro e profondo dei misteri della religione cristiana, l’Eucarestia.

Ma la deriva anticristiana – che già CulturaIdentità ha raccontato in un altro articolo – è una marea inarrestabile. Ai sacerdoti – nel nome di un presunto “laicismo” (che è cosa ben diversa dalla “laicità” dello Stato) viene impedito di benedire le scuole durante la Settimana Santa. Sempre nelle scuole e nelle università, le tradizioni come il Presepe o perfino augurare “buon Natale” vengono proibiti, con tanto di circolari di presidi e rettori. Presidi e rettori si trovano in ottima compagnia con le “Istituzioni” europee, che hanno ingiunto di sostituire generiche “buone feste” agli auguri di Natale con tanto di circolare. Il tutto avviene con la doppia scusa che “offenderebbero” le altre religioni o che lo Stato è “laico”. Doppia scusa che dimostra ignoranza e malafede teologica quanto in Diritto costituzionale.

Stessa ignoranza e malafede che ha portato ad aggredire più volte una giornalista come Marina Nalesso (tg2) per aver indossato una catenina col Crocefisso in diretta. O che – in Francia – ha condotto nientemeno che il ministro alle Pari Opportunità Aurore Bergé a sporgere denuncia contro un sacerdote cattolico, l’abate Matthiey Raffray, per un suo sermone in cui espone il punto di vista della Chiesa sull’omosessualità [spoiler: è peccato].

E che continua a farci vedere peni proiettati sulla cattedrale di Palermo durante le marce del “pride”, buffoni truccati da Gesù in tacchi a spillo sempre nelle medesime sfilate o onorevoli che innalzano cartelli con l’epiteto “vita di merda” per la triade Dio, Patria e famiglia.

Per carità, nella nostra storia abbiamo avuto episodi tipo il tentativo di interrompere il funerale di Pio IX e un certo anticlericalismo è parte integrante del nostro patrimonio collettivo, specialmente in alcune regioni d’Italia.

Ma la deriva attuale è diversa. E non solo per l’abissale differenza di statura intellettuale e morale media dell’anticlericale ottocentesco rispetto al wokeista dei nostri tempi.

Il grande elemento di discrimine è la mutazione antropologica. L’attacco contro il Cristianesimo non è solo una lotta di potere post-risorgimentale ma un deliberato attacco decostruzionista alle radici culturali, esistenziali stesse della nostra civiltà italiana. Italiana, intanto, perché cristiana. Del resto, la nostra lingua non nasce con Dante e la sua Commedia, poema teologico in volgare fiorentino? La stragrande maggioranza dei nostri capolavori d’arte non è religiosa, dall’architettura alla pittura alla musica? L’identità popolare non è legata a doppio filo al Cristianesimo? Cosa sarebbe la Sicilia senza l’epopea crociata dei Pupi? O i nostri borghi senza la festa del Santo patrono (a cui CulturaIdentità ha dedicato un intero numero). Non facciamo riposo settimanale la domenica? Perché non il martedì, per essere ultralaicisti e non privilegiare nessuna religione? E le feste “rosse” in calendario? Sono undici e di queste otto sono cattoliche. Lo Stato italiano – la Repubblica nata dalla Resistenza così come il Regno nato dal Risorgimento – le hanno variamente riconosciute con rispetto alla tradizione del popolo italiano, che fedele o ateo, agnostico o miscredente, praticante o “di un’altra parrocchia”, è cristiano per cultura da sedici secoli. Mai visto un laicista dire di voler lavorare la domenica o a Natale…

Questo attacco oggi ci porta ad assistere all’ultima, scandalosa uscita del wokeismo: il rifiuto, a Milano, all’esposizione in piazza Duse della statua “Dal latte materno veniamo” di Vera Omodeo. Non una statua religiosa (la ragazza rappresentata non è una Madonna, ed è seminuda), ma una tenera rappresentazione della maternità. Uno degli elementi culturali innovativi che il Cristianesimo ha donato alla civiltà antica, che invece era indifferente, dura, perfino spietata nei confronti di madri e bambini. È stato il Cristianesimo, con l’immagine della Vergine e del Bambin Gesù, a portare in Occidente questo valore.

E ora, grazie all’attacco laicista, decostruzionista, qualcuno ci viene a dire che questo non sarebbe più un “valore condiviso”, cancellando sedici secoli di civiltà europea in cui cattedrali sono state edificate per santificare una Madre col suo Bambino, in cui milioni d’europei hanno piegato il ginocchio, imbracciato spade, affrontato il martirio, sacrificato loro stessi nel nome della cavalleria perché grazie al Cristianesimo abbiamo compreso che la fondamentale fra le leggi naturali a cui una civiltà deve informare il proprio Diritto è “prima le donne e i bambini”. “Mancando questa, tutto il resto è automaticamente genocida”, aggiungeva Robert Heinlein.

Dunque, difendere la nostra identità significa difendere innanzitutto il Cristianesimo. Non è necessario essere fedeli per farlo, poiché anche l’ateo comprende benissimo con la ragione che esso è il ramo su cui siamo seduti tutti noi italiani ed europei, e segarlo non è la cosa più intelligente.

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